Potere senza dominio e democrazia senza stato L’influenza di Murray Bookchin nel pensiero di Abdullah Öcalan

di Daniele Bassi*

Abstract. In questo breve contributo vengono delineate le coordinate fondamentali del cosiddetto confederalismo democratico, ovvero la teoria su cui si fonda la rivoluzione in corso nella regione curda del Rojava, nella Siria del nord. L’intenzione è quella di offrire qualche riferimento utile a comprendere le dinamiche in atto in uno degli esperimenti politico-sociali più interessanti della nostra contemporaneità.

*Daniele Bassi è dottorando della sezione di filosofia del Dipartimento di scienze umane dell’Università di Ferrara. È inoltre Reserch fellows del Centro di studi politici “Hannah Arendt” dell’Università di Verona.

Un quadro teorico generale non può che partire da Abdullah Öcalan, il quale viene ampiamente riconosciuto come principale ispiratore del confederalismo democratico. Fondatore e leader storico del PKK (Partito dei lavoratori curdi), Öcalan dal 1999 è in isolamento in un carcere turco. In questi lunghi anni di detenzione Öcalan si è dedicato principalmente allo studio e alla ricerca. Soprattutto, per quanto concerne il tema ora preso in esame, ha letto Murray Bookchin e ha intrattenuto con questo autore un rapporto epistolare. Si deve soprattutto a questo scambio e all’influenza di Bookchin il fatto che Öcalan abbia progressivamente abbandonato le posizioni marxiste-leniniste e nazionaliste che tradizionalmente appartenevano al PKK e abbia impresso al movimento curdo una svolta libertaria.

Alla luce del dibattitto contemporaneo e della crescente sensibilità collettiva sui temi legati ai cambiamenti climatici, risulta certamente interessante ricordare Murray Bookchin (New York 1921 – Burlington 2006) come vero e proprio pioniere di quella che lui stesso ha definito l’ecologia sociale. Già negli anni ’80, Bookchin, intuendo come la crisi ecologica e la crisi sociale siano profondamente intrecciate, tentò di elaborare una sintesi tra la tradizione del socialismo libertario e l’ecologismo, partendo dalla premessa che lo sfruttamento e la distruzione della natura siano una proiezione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.[1]

È importante notare come il confronto con Öcalan avvenga proprio negli ultimi anni di vita di Bookchin. In questo periodo (tra gli anni 90 e il 2006) Bookchin, riflettendo su un’intera vita di studio e di attivismo politico, si dedicò principalmente alla scrittura di un’opera intitolata The Third Revolution. Questo corposo lavoro, non ancora tradotto in italiano, è stato pubblicato in 4 volumi tra il 1996 e il 2005; lo stesso anno in cui, non a caso, con la sua Dichiarazione per il Confederalismo democratico nel Kurdistan, Öcalan ha inaugurato il nuovo corso strategico del Pkk.

L’idea centrale, potremmo dire la proposta politica concerta avanzata da Bookchin in The Third Revolution e nei testi coevi, è il Comunalismo. Quella del comunalismo, o municipalismo, è una teoria vasta e complessa per una trasformazione radicale della società in una triplice chiave: ecologica, egalitaria (con una particolare attenzione alle questioni di genere) e democratica. La premessa di questa teoria è uno studio approfondito della storia delle due principali tradizioni rivoluzionarie di otto e novecento: l’anarchismo e il marxismo. Il comunalismo fa tesoro di queste tradizioni, ma soprattutto fa tesoro dei loro errori e delle loro inadeguatezze, tra l’altro sempre più evidenti nelle società complesse in cui viviamo; quelle società che ormai comunemente definiamo neoliberiste e a cui Bookchin si riferiva con l’appellativo tardo-capitaliste

I temi potenzialmente sono moltissimi, le pagine di Bookchin dedicate alla ricostruzione delle idee e delle vicende storiche di anarchismo e marxismo sono numerose e dense. Il punto chiave e ineludibile, tuttavia, è la questione del potere: “il comunalismo si confronta, soprattutto, con il problema del potere”.[2] Partendo dall’anarchismo, Bookchin sostiene come questa tradizione abbia perpetuato un’enorme e politicamente pericolosissima illusione: quella che il potere sia distruttibile, che possa cessare di esistere. Con argomenti che richiamano da vicino le teorie foucaultiane (e non a caso anche Foucalult è un autore che Öcalan studia negli stessi anni) Bookchin sostiene come i movimenti radicali debbano fare i conti con il fatto che il potere è sempre e comunque una caratteristica della vita sociale e politica, che non può essere abolito e che quindi deve essere piuttosto orientato, governato, secondo gli ideali democratici e libertari, quindi con una politica che promuova istituzioni radicalmente democratiche. “I rivoluzionari sociali” – così scrive Bookchin – “lungi dal rimuovere il tema del potere dalla loro attenzione devono affrontare il problema di come dargli forza concreta e una forma istituzionale emancipatrice”.[3]

La critica al marxismo è a proposito quasi di segno opposto. Il marxismo storico porta infatti tutto il peso dell’autoritarismo e di una visione tradizionale del potere. Tradizionale nel senso del potere inteso come dominio, come forza coercitiva e monopolio della violenza. Questo si è tradotto in una prassi politica marxista tipicamente volta alla conquista del potere statuale e in una sostanziale adesione al paradigma stato-nazionale.

Una parentesi sullo stato è a questo punto necessaria: secondo Bookchin – qui molto affine all’anarchismo classico – lo stato è un’istituzione storicamente coercitiva e intrinsecamente funzionale agli interessi delle classi dominanti. L’elemento nazionale, tratto tipico della modernità, ho poi conferito allo stato “una sorta di mandato tribale” che lo ha rafforzato “fornendogli la lealtà di una popolazione che condivide le stesse affinità linguistiche, etniche e culturali”.[4]

Il comunalismo presuppone quindi una certa idea del potere, non gerarchico e orizzontalmente diffuso, e una critica radicale allo stato-nazione. L’operazione di Bookchin, in sostanza e per certi versi anche molto semplicemente, è valorizzare la struttura ricorrente che si è manifestata in ogni evento rivoluzionario dalla comune di Parigi alle primavere arabe: le assemblee popolari. Nel quadro di un generale e secondo lui necessario e razionale decentramento del potere, Bookchin propone di ritornare al significato originario (greco classico) del termine politica. Politica intesa dunque come gestione della comunità, della polis, che necessità quindi di una valorizzazione della città, dello spazio cittadino, come spazio pubblico privilegiato per il dispiegamento di una politica autentica.  Attraverso le assemblee dirette, l’obiettivo deve essere la realizzazione di una “politica fondata sull’etica della complementarietà e della solidarietà”.[5] Le istituzioni confederali, ovvero l’espressione dell’unione delle municipalità democratiche (una sorta di secondo livello organizzativo), nella visione di Bookchin hanno un doppio compito: da un lato quello di scongiurare i ripiegamenti campanilistici ed identitari, e dall’altro quello di fungere da alternativa concreta allo stato nazione. Ed è esattamente su questo piano confederale che Öcalan ha voluto porre l’accento nella già citata Dichiarazione per il Confederalismo democratico nel Kurdistan

Gli aspetti qui nominati (l’ecologia sociale, il comunalismo e il confederalismo come forme organizzative che si fanno carico di un potere collettivo e la critica allo stato nazione) sono solo una parte dell’esplicito debito di Öcalan nei confronti di Bookchin. Ma possono già bastare a comprendere come in relazione all’esperienza confederalista democratica del Rojava c’è chi ha parlato della manifestazione concreta di un «potere senza dominio» e di una «democrazia senza stato» e soprattutto senza stato-nazione.[6] Va sottolineato, in conclusione, come quest’ultimo aspetto sia davvero degno di nota. Che un popolo come quello curdo dello Siria del nord, senza uno stato proprio e storicamente vittima di vari imperialismi, si sia emancipato, almeno nei suoi settori più progressisti, dal dispositivo identitario e nazionalista è un fatto straordinario. Che questo popolo rivendichi una società inclusiva e radicalmente democratica, che abbia continuato a farlo nel mezzo di una guerra tremenda come quella recentemente combattuta contro l’Isis, o ancora più recentemente sotto i bombardamenti turchi, rappresenta una eccezione verso la quale non possiamo rimanere indifferenti.


[1] Cfr. M. Bookchin, L’ecologia della libertà, Milano, Eleuthera, 1982.

[2] M. Bookchin, La prossima rivoluzione. Dalle assemblee popolari alla democrazia diretta, Pisa, BFS, 2016, p. 48.

[3] Ivi, p. 135.

[4] Ivi, p. 112.

[5] Ivi, p. 94.

[6] Cfr. AA. VV. Rojava. Una democrazia senza stato, Milano, Eleuthera, 2017. In particolare il capitolo Kobane: Potere senza dominio, pp. 31-59.

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