La scuola italiana nella DAD: un passo avanti e due indietro

Lettera pubblicata su “L’Arena di Verona” del 5/11/20


Il dibattito che si è acceso in questi mesi sulla “didattica a distanza” ha messo in luce carenze e contraddizioni pluridecennali del nostro sistema scolastico e una serie di gravi equivoci. Sono necessarie, oggi più che mai, parole di verità: o almeno di verità professionale.

L’istruzione scolastica, a tutti i livelli, va garantita, in via ordinaria, attraverso lezioni in presenza, per motivi pedagogico-educativi. Nello stesso tempo, attività di “didattica digitale” (a distanza o meno), dovrebbero essere presenti nella programmazione scolastica ordinaria.

Di didattica digitale si discute infatti da 30 anni. Dalla ricerca e dalla prassi sono emerse chiare indicazioni metodologiche, che premiano una didattica centrata sul discente, laboratoriale, collaborativa, partecipata, fortemente interattiva, destinata a rafforzare competenze critiche e sperimentali. Una impostazione esattamente contraria a quella tradizionale, centrata sul docente, frontale, unilaterale, autoritaria, che ha segnato per decenni la scuola italiana e non solo. Nei mesi scorsi, spesso, non si è fatta “didattica a distanza” ma trasferimento on line delle medesime impostazioni didattiche proprie della didattica tradizionale. Sono emerse così contraddizioni insormontabili, ad esempio nel momento della valutazione “sommativa” (la classica interrogazione).

Chi oggi difende enfaticamente il bel tempo antico della didattica in presenza, difende, quasi sempre, quel modello frontale di didattica, già criticato aspramente negli anni Settanta e Ottanta! Non c’è una “didattica in presenza buona” e una “didattica a distanza cattiva”, ma una “didattica buona” e una “cattiva”.
Molto penalizzate sono state le fasce deboli della popolazione scolastica, spesso prive di dispositivi informatici (tablet, pc…); di strumenti di connessione alla rete; di vere competenze digitali: di tutto quello che configura quei diritti di “cittadinanza digitale” che andrebbero loro garantiti.
E’ necessario fare capire all’opinione pubblica (e a molti docenti) che le difficoltà emerse in questi mesi non sono dipese dalla “didattica a distanza”, ma dalla mancanza di formazione professionale specifica nella gran parte dei docenti italiani.


La qualità dell’azione didattica è stata fortemente indebolita in questi anni da gravi errori. Hanno pesato l’abbandono di criteri rigorosamente selettivi per l’assunzione dei docenti; la mancanza di obbligatorietà nella formazione professionale; lo scambio al ribasso, tra governi e sindacati, fra assunzioni indiscriminate di massa, insazionabilità e illicenziabilità di fatto, da un lato; e stipendi bassi, dall’altro.


I dirigenti scolastici si sono spesso rivelati inadeguati a guidare i processi di modernizzazione. Sia per la loro carenza di formazione specifica, sia e specialmente perché hanno vissuto le proposte dei loro docenti più motivati come fattori di destabilizzazione, anche in termini di consenso, del loro istituto. E’ inaccettabile che l’amministrazione scolastica, dal Miur ai dirigenti scolastici, non esiga dai docenti l’applicazione puntuale di leggi, indicazioni metodologiche e linee guida che pure sono presenti negli ordinamenti. Basti pensare, oltre alla “didattica digitale”, alla riforma della “didattica delle competenze” (DPR 87 e 88 del 2011), un oggetto ancora oggi misterioso e avversato per moltissimi docenti.


Va anche ricordato che il Miur, diversamente da quello che si crede, ha investito colossali risorse in dotazioni infrastrutturali e in formazione professionale dei docenti, (sempre non obbligatoria!) fin dal 1997, col “Piano di sviluppo delle tecnologie didattiche“; e poi con il piano FOR TIC del 2002 e
del 2003; per arrivare al Piano Nazionale della Scuola digitale del 2015.

I deludentissimi risultati di questi investimenti, confermano che il sistema scolastico nazionale non riesce a mettersi al passo con la realtà di oggi. Non è in grado di reagire alle sollecitazioni: né interne (la filiera amministrativa) , né esterne (l’innovazione tecnologica, il mercato). Spreca inaccettabilmente grandi risorse economiche ed umane. In termini prestazionali, si rivela una macchina spesso inefficace ed inefficiente.
Se non sarà modificata radicalmente, questa situazione porterà alla ploriferazione di qualificati servizi scolastici privati. La scuola pubblica diventerà la riserva di discenti e docenti di “serie B”. Chi tiene alla scuola pubblica democratica deve impegnarsi per qualificarla: a vantaggio, innanzitutto, dei più deboli.
Gli interventi che appaiono più urgenti, sembrano essere: una più rigorosa selezione dei dirigenti scolastici e dei docenti; un sistema di valutazione nazionale efficace per dirigenti e docenti; la formazione professionale obbligatoria (sanzionabile) , di qualità, per dirigenti e docenti; la revisione del quadro orario contrattuale (distinguendo tra ore di lezione e ore di programmazione) e della retribuzione dei docenti.


Alberto Battaggia
presidente de “La città che sale”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.