Oltre il 7 ottobre, oltre Gaza
Il dibattito pubblico su Israele e la Palestina
con
Emanuele Fiano
Marcello Flores
introduzione
Alberto Battaggia

ABSTRACT
FIANO: “Sinistra per Israele” lotta per la formazione di uno stato dei palestinesi a fianco di quello degli israeliani. Tornare ad Oslo: due stati due popoli. Il dibattito sul conflitto a Gaza non ha precedenti per virulenza e guerra delle parole. A Gaza crimini contro l’umanità. Fino a Khomeini nel 1979 la cultura politica palestinese era stata laica. Sono sionista: la sinistra ha sempre sostenuto il diritto all’ autodeterminazione dei popoli.
FLORES: ’opinione pubblica ha scelto la strada del giudizio drastico. Chi non utilizza la parola ‘genocidio’ viene accusato di essere complice. L’uso indiscriminato della categoria di genocidio impedisce l’analisi del contesto. Nel dibattito degli esperti nessuno spende le sue posizioni prima del giudizio di un tribunale. L’anticolonialismo è diventato l’ingrediente fondamentale della nostra identità progressista. Capire cosa sia stato il 7 ottobre è fondamentale per capire cosa sia stata la reazione di Israele
Onorevole Fiano, lei presiede “Sinistra per Israele. Due popoli due stati”: quali sono gli obiettivi della sua associazione?
L’organizzazione fu fondata dopo la “Guerra dei sei giorni” del 1967 e l’occupazione della Cisgiordania, da dirigenti della sinistra storica italiana che soffrivano della frattura che si era verificata tra la sinistra italiana e lo stato di Israele. In quel momento, l’Urss, che pure aveva per prima riconosciuto lo Stato di Israele nel 1948, si era nel frattempo schierata con Egitto e Siria. Anche il Pci cambiò linea. L’associazione nacque per ricucire i rapporti tra la sinistra storica italiana e le ragioni di Israele, in particolare con il centrosinistra israeliana. L’associazione è stata rinnovata nel 2005 con un manifesto “firmato da” un gruppo di personalità tra le quali Giorgio Napolitano, Giuliano Amato, Umberto Eco, Piero Fassino, Gad Lerner, Walter Veltroni, e altri. Gli obiettivi sono gli stessi di allora: lottare per la formazione di uno stato dei palestinesi a fianco di quello degli israeliani: condizione difficilissima ma indispensabile per la pace. Attualmente penso che la riflessione della sinistra italiana sullo stato di Israele non sia quella giusta. In questi due anni abbiamo dovuto fronteggiare un’analisi monodirezionale dei fatti. Il 4 novembre scorso abbiamo commemorato l’assassinio di di Yitzhak Rabin per mano di un attentatore della destra estremista, fascista, israeliana. Perché dagli accordi di Oslo traiamo ancora oggi ispirazione: su quella terra insistono i diritti di due popoli ad avere uno stato; e la pace la devi fare con chi ti è nemico. Territori in cambio di sicurezza e mutuo riconoscimento dell’uno e dell’altro. Non c’è altra strada. Il dibattito che si sta svolgendo oggi in Occidente sul conflitto a Gaza non ha precedenti: per la guerra delle parole, la virulenza, e, dopo Ca’ Foscari, l’assalto alla redazione della Stampa, le frasi alla Sinagoga a Roma, configura una fusione tra antisionismo e antisemitismo: le frasi sono state scritte sulla Sinagoga, non si muri dell’ambasciata.
Sulla questione del genocidio lascio parlare Marcello Flores, che è il massimo esperto italiano. Sui fatti di Gaza penso che si siano compiuti dei crimini contro l’umanità, così come crimini sono quelli dei coloni in Cisgiordania. Non ho alcuna tenerezza per Netanyhau. Ma non posso non notare la sproporzione dell’attenzione rispetto ad altri scenari di guerra, come quanto sta accadendo in Sudan. È il segno di una questione ebraica che scava nel profondo della coscienza dell’Occidente. Anche perché, per motivi generazionali, si sta spegnendo la “specialità” della questione della Shoah: ormai non ci sono più testimoni. E questo sta facendo modificare l’atteggiamento verso Israele. Sta esaurendosi, secondo taluni, l’accettazione, per il mondo Occidentale, della nascita di Israele a fronte dei sei milioni di morti della Shoah. Io diversamente: la sinistra ha sempre considerato il diritto di autodeterminazione dei popoli, di tutti i popoli all’autodeterminazione. Tornare indietro è oggi un abominio. Qui sta il nesso tra antisemitismo ed antisionismo. Io sono sionista. Il popolo ebraico ha diritto ad avere uno stato. Altro discorso è come farlo, chi lo guida, eccetera.
Infine, in questo scenario, c’è dell’altro: il confronto tra Occidente ed Oriente. L’Oriente è fatto da tanto Islam, due miliardi, come il cristianesimo. L’ebraismo arriva a 18 milioni nel mondo. Il conflitto tra Israele e Palestina si è pesantemente aggravato dopo la rivoluzione scita iraniana del 1976-1979. Con Khomeini è stato inoculato nel mondo islamico un radicalismo che prima non esisteva. Nel 1974 Arafat aveva fondato l’Organizzazione per la liberazione della Palestina: un nome laico di una associazione laica. Nel 1987 viene invece fondata Hamas, da uno sceicco, che significa “Movimento di resistenza islamica”: non c’è la Palestina, nel nome; e che nello statuto porta “la distruzione di tutti gli ebrei nel mondo” e l’indivisibilità di tutto l’Islam. Fino ad allora la cultura politica palestinese era stata laica. Ed anche in Israele si sono affermate posizioni integraliste, purtroppo, anche se non è diventato un paese teocratico, come si dice.

Nato a Milano il 13 marzo 1963, figlio di Nedo Fiano, sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau. Presidente della Comunità ebraica di Milano dal 1998 al 2001.
Consigliere comunale a Milano per il PDS nel 1997 e nel 2001. Rimane nel Consiglio comunale fino al 2006.
Eletto alla Camera nel 2006 con l’Ulivo. Aderisce al Partito Democratico alla sua nascita. Rieletto nel 2008 e nel 2013.
Membro di commissioni rilevanti: Commissione Affari Costituzionali, Commissione Interni/Sicurezza.
Nel 2014 diventa Responsabile nazionale per le Riforme nella segreteria unitaria di Matteo Renzi.
Temi principali della sua attività politica: Sicurezza e integrazione; diritti civili e contrasto alla discriminazione; memoria della Shoah e antifascismo. Nel 2017 promuove un disegno di legge contro l’apologia del fascismo.
Presidente dell’associazione “Sinistra per Israele. Due Popoli Due Stati”.
Nel 2025 al centro dell’attenzione pubblica dopo un’interruzione da parte di attivisti pro-Palestina a Ca’ Foscari, episodio che ha aperto un dibattito sul diritto di parola. Autore di libri legati alla memoria e alla sua esperienza familiare. Tra questi: Il profumo di mio padre. L’eredità di un figlio della Shoah..

Marcello Flores D’Arcais, è una delle voci più riconosciute nella storiografia italiana contemporanea. La sua formazione è internazionale, nutrita da periodi di ricerca e insegnamento in alcune tra le università più vive sul piano degli studi storici, da Berkeley a Cambridge, da Parigi a Mosca fino a Varsavia. Questa esperienza cosmopolita segna il suo modo di leggere il mondo, sempre attento alle connessioni tra storia, memoria e diritti umani.
Nella sua lunga carriera accademica ha insegnato storia contemporanea e storia comparata, prima a Trieste e poi all’Università di Siena, dove ha anche diretto il Master europeo in Human Rights and Genocide Studies, uno dei primi percorsi italiani dedicati in modo sistematico allo studio dei genocidi e delle violazioni dei diritti fondamentali. Ha ricoperto inoltre incarichi culturali all’estero, come quello presso l’ambasciata italiana a Varsavia.
Il nucleo centrale del suo lavoro riguarda la storia del Novecento, letta attraverso i totalitarismi, le violenze di massa e il problema della memoria storica. Flores ha indagato il modo in cui i genocidi sono stati compresi, rimossi, elaborati o distorti, e come questa dinamica influisca sulla cultura politica e civile delle società contemporanee. Il suo interesse per i diritti umani si intreccia a una riflessione costante sulla responsabilità collettiva e sull’esigenza di una memoria critica capace di resistere a negazionismi, semplificazioni e usi politici del passato.

Cronistoria di Francesca Albanese
Di Francesca Albanese si inizia a parlare nel maggio 2022, quando, nominata Special Rapporteur ONU, fa dichiarazioni molto dure contro Israele che suscitano critiche da parte di organizzazioni e governi occidentali.
Nel 2024 e nel 2025, in qualità di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, pubblica due relazioni che sviluppano l’accusa ad Israele di attuare politiche genocidiarie a Gaza e di avere una storia sostanzialmente colonialista:
Anatomia di un genocidio, giugno 2024
Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio.
Tra il 2024–2025 attacca apertamente governi occidentali, inclusa l’Italia, accusandoli di “complicità” nel genocidio.
Molte amministrazioni locali, di centrosinistra, che inizialmente l’avevano appoggiata addirittura condendole la cittadinanza, fanno marcia indietro dopo una serie di polemiche (Padova, Bologna, Firenze). Gli attacchi di Albanese a Liliana Segre – accusata di silenzio su Gaza – hanno ulteriormente incendiato la polemica pubblica.
Prof. Flores, Fiano ha parlato di “guerra delle parole”: una di queste, entrata in trincea, è proprio quella di “genocidio”. Dopo 20 anni giornate della memoria promosse da insegnanti, giornalisti, associazioni, dovremmo sapere tutti benissimo cosa si debba intendere per “genocidio”: come è stato possibile che questa nozione si sia prestata ad ogni forma di deformazione?
Marcello Flores Ce ne sono tante altre di parole in conflitto. C’è una narrazione volta alla “comprensione” delle vicende, come dovrebbe fare la storia; ed una, in conflitto con la prima, che vuole invece definire e giudicare. Al di là del caso di Albanese, che meriterebbe una penna satirica che io non ho, nei giuristi, o comunque tra gli “esperti” che intendono dare un giudizio, va detto che il loro sforzo va nel senso di aiutare alla comprensione. Cosa che non accade quando quella discussione si proietta nell’arena pubblica, nei talk show, della stampa. C’è stato un appello di 2-300 giornalisti, alcuni molti famosi, per decidere che quello di Gaza era un “genocidio”! Tutti i giuristi, invece, al di là delle posizioni, condividono la convinzione che solo un tribunale potrà decidere in merito. L’opinione pubblica, invece che percorrere la strada del confronto e del dubbio, ha scelto la strada del giudizio semplice, drastico, definitivo. Al punto tale che chi non utilizza la parola “genocidio” viene accusato automaticamente di essere complice del genocidio stesso. Questa situazione ha portato nell’opinione pubblica e specialmente tra i più giovani ad un azzeramento totale della storia. Qual è la data da cui fare iniziare il delitto, il genocidio? Per l’Albanese è il 1902, quando l’Agenzia ebraica iniziò ad aiutare gli ebrei a comperare le terre in Palestina. La storia del colonialismo diventa così la storia di un unico grande genocidio. Secondo me, invece, occorre una analisi molto diversa, basata sul dato politico a partire dal quale riusciamo ad avere una comprensione del delitto. Da quando partire? Al 1897, al Congresso di Basilea sul Sionismo? Al 1917 (dichiarazione di Balfour, ndr)? Al 1947 al 1967? Da dove si comincia? Non se ne parla. Perché un delitto ha un momento in cui esso si determina ed è riconoscibile. Invece si attribuisce oggi un delitto senza bisogno di mostrare le prove, le argomentazioni. Nel dibattito degli esperti nessuno si sogna di spendere le sue posizioni prima del giudizio di un tribunale. Molti miei colleghi che stimo sono d’accordo nell’utilizzare questa categoria. Ma è una discussione che va avanti, senza pretendere di imporla comeverità. L’arena pubblica si è invece appiattita nell’utilizzo di una categoria, a causa di trasmissioni e certi personaggi, senza avvertire il bisogno di motivare le scelte. La mancanza di interrogativi è il limite perdurante dell’arena pubblica. Allo stesso modo, cos’è stato il 7 ottobre? Un atto di terrorismo? Un pogrom? Un’azione di resistenza? Un gesto analogo all’11 settembre? Una mini Shoah? Una provocazione? Un pretesto gradito da Israele? Non c’è stata una discussione in merito: non sono state colte le contraddizioni o le incongruenze dell’una con l’altra ipotesi. E dire che capire cosa sia stato il 7 ottobre è fondamentale per capire cosa sia stata la reazione di Israele: una vendetta generalizzata contro il popolo palestinese? la volontà di eliminare Hamas con qualsiasi mezzo? Solo rispondendo si possono valutare gli atti, i crimini di guerra. L’uso indiscriminato della categoria di genocidio ha reso difficile l’approfondimento, l’analisi del contesto ed ha impedito di portare avanti la discussione. Anche rispetto al futuro, alle soluzioni possibili. E che ha portato a dimenticare il Sudan, come ricordava Fiano, che ha una storia lunga. Quando nel 2003 le chiese evangeliche chiesero sul Darfur che l’Onu intervenisse contro il “genocidio”, Antonio Cassano escluse che di ciò si trattasse, ma disse anche che la comunità internazionale doveva comunque intervenire. Non era necessario riconoscere il “genocidio” per farlo.
Perché tutta questa attenzione a Gaza? Davide Bidussa ha detto che ormai siamo alla fine della memoria della Shoah: dopo 80 anni e due nuove generazioni da quei fatti la forza della memoria non c’è più. Caduta quella, anche con quanto accaduto a Gaza, si è imposta l’idea dell’anticolonialismo come unico paradigma accettabile per pensare ad un mondo diverso da quello capitalista, imperialista, colonialista. Questo ha determinato una presa enorme nei giovani. Anche a distanza di 50 anni dalla fine del colonialismo, quando questo dibattito doveva svolgersi, l’anticolonialismo diventa l’ingrediente fondamentale della nostra identità progressista. E questo ha bisogno di una discussione. Ad esempio se si possa parlare di “colonialismo” per Israele: forse sì, per i coloni. Questo sì. Se invece facciamo un enorme calderone facendo partire il colonialismo ebreo dai primi immigrati in Palestina agli inizi del ‘900, secondo una continuità fino ad oggi, allora dobbiamo portare prove che ci fosse una pianificazione coloniale ebrea.
È questa complessità che dovrebbe emergere. Purtroppo abbiamo un sistema mediatico che è uno dei peggiori d’Europa. Nelle scuole, invece, questo dovrebbe essere fatto.
Interventi dal pubblico
Nicola Fiorini. Ringrazio Alberto Battaggia: non sono di sinistra ma ho sentito oggi il dovere di essere qui per sostenere un atto di coraggio politico che lui ha iniziato in Consiglio comunale qualche tempo fa (votando contro un ordine del giorno di sostegno a Francesca Albanese, ndr) e che oggi trova una manifestazione pubblica importante. Sono stato molto stimolato. Vorrei anche sottolineare come sia interessante, in questa frattura che Fiano ha ricordato tra Israele e la Sinistra, l’empatia della Sinistra con le battaglie del mondo radicale islamico in nome dell’antioccidentalismo: stupefacente, perché del tutto incompatibile con la tradizione di assoluta laicità che la dovrebbe riguardare. Un’alleanza contronatura nata nel 1979, con la rivoluzione reazionaria scita iraniana. Un’analisi tanto più necessaria anche rispetto all’opportunità di riflettere sull’allargamento del diritto di cittadinanza che una sinistra non radicale dovrebbe fare rispetto ai rischi di favorire la creazione di un partito musulmano in Italia.
Alessandro Rigoli. Nemmeno io sono di sinistra, ma desidero ringraziare l’organizzatore, che, come ho saputo oggi, votando contro Francesca Albanese e contro la sua maggioranza in Consiglio, ha avuto il coraggio di andare controcorrente dimostrandosi uomo di cultura e non di sottocultura. Solo in Italia c’è il problema dell’Albanese: a livello internazionale se ne diffida da tempo. Qui decine di amministrazioni hanno fatto a gara per concederle la cittadinanza. Sono del tutto d’accordo con Nicola Fiorini. La sinistra dovrebbe iniziare a parlare del fascismo degli antifascisti. Quello che è capitato a Fiano a Venezia non sta né in cielo né in terra. ma è quello che capita nella stragrande maggioranza delle università italiane. A Papa Ratzinger fu impedito di parlare a La Sapienza. Vogliamo parlare dell’associazione “Non una di meno” a Verona che si è rifiutata di rendere omaggio alle ragazze stuprate del 7 ottobre?
Adriana Cavarero. Io sono di sinistra e ho passato la vita a studiare Harendt, il totalitarismo.. e sono d’accordo con tutto quello che avete detto. In particolare sulla soluzione “due popoli due stati”. Ma a questo proposito vorrei richiamare l’attenzione sulla diversità dei tassi demografici delle destre religiose israeliane rispetto alle componenti laiche e laburiste, che prefigura orizzonti politici inquietanti che potrebbero rendere sempre più difficile quell’ipotesi;
Carlo Saletti Sulle vicende di Gaza ampi settori dell’opinione pubblica si siano impossessati, per Gaza, del paradigma vittimario. Una visione della storia sostanzialmente riducibile ad un conflitto tra vittime e carnefici. A Gaza questo paradigma ha funzionato perfettamente, perché esso ha un secondo postulato: che ci sia un’entità statuale – la Germania di Hitler, il Rwanda degli Hutu, la Serbia di Milosevic.. – che fa la guerra contro i civili. Come Israele contro i palestinesi. Questo fenomeno illusionistico ha prodotto due effetti: il numero dei morti, con un conto che come ai tempi del Covid veniva aggiornato addirittura a livello delle unità; e Hamas, che è una formazione militare, sciolta nella popolazione civile, assimilata ad essa.
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