Dizionario del Tempo del Virus

Sono la condizione di distanziamento sociale nella quale viviamo da qualche settimana e le misure di confinamento e di restrizione della vita sociale, dalla durata imprevedibile, che hanno ispirato il Dizionario del Tempo del Virus. Esso si presenta come una raccolta alfabetica di lemmi – ritenuti  pertinenti rispetto all’inedita e drammatica situazione in cui siamo – relativi a oggetti, concetti, nozioni, pratiche entrate nell’uso quotidiano, e a opere d’arte che si prestano a essere rilette alla luce del tempo attuale.

Avviando la stesura di quest’opera e rendendola consultabile on line, la redazione del Blog intende, grazie alla tecnologia che ci circonda e di cui quotidianamente ci avvaliamo, volgere la chiusura in apertura: le voci indicate e non ancora redatte potranno essere completate, mentre altre ora mancanti potranno essere suggerite ed entrare nell’elenco. Ciò darà al Dizionario del Tempo del Virus carattere di opera aperta, destinata a crescere con il contributo di tutti coloro che lo vorranno.    

Per quanto la natura della forma dizionariale preveda sistematicità e rigore scientifico, il Dizionario del Tempo del Virus potrà solo parzialmente soddisfare questi requisiti. Nella scrittura dei lemmi, infatti, saranno visibili le tracce della contingenza che li ha suggeriti. Non può che essere così, d’altronde. Nulla è usuale in questi giorni e nulla, come si sente dire o si può pensare, sarà più come prima una volta che ne usciremo. Per il momento, nous sommes tous embarqués.

Le voci in grassetto nero sono state assegnate. Le altre sono in attesa di assegnazione:
Gli interessati a collaborare sono invitati ad inviare, gentilmente, una mail, indicando il lemma prescelto ed una brevissima descrizione del modo di elaborarlo, alla Redazione del Blog lchesale@gmail.com con oggetto “DTV-PROPOSTA”.

Hanno finora collaborato al Dizionario Stefano Adami, Marta Alberti, Elena Alfonsi, Alberto Battaggia, Giancarlo Beltrame, Cinzia Bigliosi, Luciano Butti, Gian Arnaldo Caleffi, Susanna Chiesa, Massimo Ferro, Carlo Andrea Franchini, Roberto Giacobazzi, Olivia Guaraldo, Enrico Mottinelli, Elisa Preciso, Carlo Saletti, Giulio Saletti, Moira Sbravati, Frediano Sessi, Silvia Zanolla

ALIENO
AMUCHINA
ANTICORPI
Antologia di Spoon River (Lee Master)
ANZIANI
AULE VUOTE
ASSEMBRAMENTI
AUTOCERTIFICAZIONE
BALCONE
BARBIANA
BOLLETTINO DI GUERRA
BRICOLAGE
Camera verde (Truffaut)
Cielo in una stanza (Paoli)
CLAUSTROFOBIA
CLAUSURA
COMUNICAZIONE MEDICO-SCIENTIFICA
CONNESSIONI
CONFERENZA STAMPA
CONFINE
CONTABILITA’
CONTAGIO
CONTATTO
COPRIFUOCO
Decamerone (Boccaccio)
COVID-19
COVIDIOTA
Dei Sepolcri (Foscolo)
DENTRO/FUORI
Deserto dei Tartari (Buzzati)
DIALOGO
Diario dell’alloggio segreto (Frank)
Diario dell’anno della peste (Defoe)
DIRITTO ALLA SALUTE






Diceria dell’untore (Bufalino)
DIDATTICA
Dissipato H.G. (Morselli)
DISPOSITIVO DI PROTEZIONE INDIVIDUALE
DISTANZIAMENTO
DPCM
Dottor Semmelweis (Celine)
DRESS CODE
DRESS CODE PUBBLICITA
EROE
ESEQUIE
EUROBOND
FALSE NOTIZIE
FANTASMA
FARE LA CODA
Festino nel tempo della peste ( Puskin Kiuj)
Finestra sul cortile (Woolrich, Hitchcock)
FOCOLAIO
FRAGILITA’
GIORNI
Giorno dei trifidi (Wyndham)
GUERRA
Guerra dei mondi (Wells)
Guerra del Peloponneso (Tucidide)
IMMOBILITA’
IMMUNIZZAZIONE
IMPRESA
INFORMAZIONE
INTIMITA’
INVISIBILITA’
IRRESPONSABILI
Lacrime amare di Petra von Kant (Fassbinder)
LAVARSI LE MANI

Lentezza (Kundera)
LETTO MATRIMONIALE
LIBERTA’
LIMITE
LOCKDOWN
MALATTIA
Maschera della morte rossa (Poe)
MASCHERINA
MEDICO DI FAMIGLIA
NASCONDERSI
NEGAZIONE
NEMICO
NON MOLLARE
NUMERI
OLFATTO
ORA D’ARIA

ORDINANZA
PARLAMENTO
PASSEGGIATA
Passeggiata (Walser)
PASSEGGIATA CON IL CANE
PAZIENZA
PRIMAVERA
Peste (Camus)
Pestifero e contagioso morbo (Cipolla)
PIPISTRELLO
PRIMA LINEA
PRIVACY
Promessi sposi (Manzoni)
PULVISCOLO COMUNICATIVO
QUARANTENA
REPULSION (Polanski)
SALUTE
SALUTE ISTITUZIONALE
SARS-Cov-2
SESSO

SILENZIO
SMART WORKING
SOLITUDINE
SONNAMBULISMO
SPESA
Stanza tutta per sè (Woolf)
STARE A CASA
STATISTICHE
STATO DI EMERGENZA
TALK SHOW
TAVOLO
TAMPONE
TEMPO
TERAPIA INTENSIVA
TRIAGE
TUTA
TUTTO ANDRA’ BENE
VELOCITA’
VACCINO
Viaggio intorno alla mia camera (de Maistre)
VIRULENZA
VULNERABILITA
ZONA ROSSA

ASSEMBRAMENTI

di Anna Badolato, docente

Francia 1830. La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix. Struttura piramidale, la Libertà è al centro, fiera, la dignità della bandiera francese in una mano, lo strumento di morte nell’altra. Si, perché la libertà ha un prezzo, la guerra ha un prezzo, la libertà produce morte. E gli effetti della conquista della libertà si vedono alla base di questo ideale triangolo dove campeggiano i morti, e al centro, dove il giovane uomo guarda alla libertà con atteggiamento di supplica e speranza.

E. Delacroix, La libertà che guida il popolo, 1830, Parigi, Louvre

Italia 2020. DECRETO-LEGGE 25 marzo 2020, n. 19. […]  f) limitazione o divieto delle riunioni o degli assembramenti  in luoghi pubblici o aperti al pubblico;   g) limitazione o sospensione di manifestazioni  o  iniziative  di qualsiasi natura, di eventi e di ogni  altra  forma  di  riunione  in luogo pubblico o  privato,  anche  di  carattere  culturale,  ludico, sportivo, ricreativo e religioso; […]
Ci è stato chiesto di rinunciare alla libertà per circoscrivere il contagio e abbiamo iniziato la nostra quarantena a casa per allontanare lo spettro della morte. Lo spettro però aleggia ovunque, amplificato da ciò che ascoltiamo in televisione. Ci ha resi cinici, diffidenti, egoisti. Ci interroghiamo sul nostro vicino di casa, sui nostri amici. Perché questa è una lotta che si combatte da soli, ci manca l’assembramento della lotta, della Rivoluzione, quello che lo stesso Delacroix definì barricata: l’assembramento che creava una massa invalicabile dove combattevano, gli uni accanto agli altri, cittadini di tutte le età e di tutte le classi sociali.

Noi oggi, invece, non abbiamo formato una barricata, un assembramento. Ci siamo barricati in casa, evitando il contatto con l’altro. “El Pueblo Unido jamás será vencido”, cantavamo sempre, da piccoli…: quel verso è rimasto nella mente come una preghiera. Ora non riconosciamo più noi stessi, i nostri sentimenti, le paure, le angosce. Siamo noi, soli, individui singoli che hanno paura l’uno dell’altro. Come facciamo ora a combattere da soli, a morire da soli, nelle nostre case?
L’assembramento rivoluzionario, sociale, affettivo forse ci avrebbe aiutati, ci avrebbe dato coraggio nell’affrontare lo spettro della morte e della paura che ci divora la mente.

Marcellinara (CZ), 30 marzo 2020

BALCONE

di Enrico Mottinelli, scrittore

Nel tempo del virus si sono ristretti gli spazi. Viviamo confinati nelle nostre case, di cui stiamo imparando ad apprezzare ogni centimetro quadrato. E il balcone, per chi ce l’ha, ha assunto un nuovo significato. Da piccola sporgenza sul vuoto esterno da trattare come grande davanzale per ospitare piante e fiori, o disimpegno di servizio, il balcone è diventato il luogo della socialità minima. Tutto è cominciato con i flash mob dei primi giorni della grande reclusione, quando restare a casa sembrava un gioco sociale, un esperimento per vedere l’effetto che fa. E in questo spirito quasi goliardico, col sorriso della sufficienza di chi sopportava quelle limitazioni nella convinzione si trattasse di un eccesso dettato da una sorta di isteria, ci si è dati appuntamento in queste piazze diffuse e polverizzate che tratteggiano le facciate dei palazzi.




Napoli, 13 marzo 2020, emergenza Coronavirus flashmob sonoro ai quartieri Spagnoli (Newfotosud Alessandro Garofalo)

Balcone a Lucca il 21 marzo 2020

Tutti al balcone per cantare o per ascoltare l’inno nazionale o per applaudire il personale sanitario o forse solo per farsi compagnia. E così il balcone si è trasformato idealmente in un piccolo palcoscenico su cui teatralizzare la propria presenza, anche solo per dire di esserci, per condividere qualcosa col pubblico fatto di altrettanti attori come noi. Ma, di più, abbiamo scoperto che il balcone è in fondo un trampolino; che da quella breve propaggine ci si può slanciare fuori alla ricerca di un contatto anche solo simbolico con gli altri. Oggi però i balconi si sono fatti più silenziosi. Forse la stanchezza, forse la paura, forse il pudore per le troppe morti e le troppe fatiche di troppi, e la preoccupazione per il futuro di tutti. I balconi vuoti, con qualche addobbo ormai logoro che inneggia a un “tutto andrà bene” sfiatato, sono adesso trampolini meno invitanti. Nei confronti del fuori tanto agognato ora ci siamo fatti più diffidenti.

Milano, 24 marzo 2020

BARBIANA

di Frediano Sessi, storico e sociologo della storia

Don Lorenzo Milani (Firenze 1923 – 1967), figlio di una famiglia borghese (la mamma Alice Weiss era di origine ebraica), nel novembre del 1943 decise di abbandonare tutto, la sua vita di bohème, la passione per la pittura, per entrare in seminario e diventare sacerdote. Il 13 luglio del 1947 venne ordinato prete, qualche mese dopo, in ottobre, fu nominato cappellano a San Donato di Calenzano, per finire, in punizione, il 7 dicembre del 1954 a Barbiana, una località di montagna dove la piccola chiesa, la casa parrocchiale e il minuscolo cimitero costituivano tutto il centro abitato. Isolato dal mondo, senza luce, acqua corrente, strade, linee telefoniche diede vita a una scuola per fare in modo che i ragazzi montanari analfabeti diventassero uomini liberi.

Barbiana
Don Lorenzo Milani mentre insegna

Dall’isolamento e dalla segregazione che gli era imposta, trasformò il modo di trasmettere l’amore per Cristo agli uomini e alle donne, rinunciando alla sua libertà e, pur senza volerlo esplicitamente, il modo di fare scuola, non solo in Italia. La ricchezza che trovò nel suo isolamento voluto dalla Curia fiorentina, alla quale non si ribellò mai, e che accettò come una possibilità di essere autenticamente pastore e sacerdote, ne fece in un testimone d’amore del nostro tempo. Quanto all’accogliere la solitudine come ricchezza, ne aveva dato già espliciti segnali scrivendo alla madre dal seminario di Firenze (4 Marzo 1944): «Cara mamma, mi dispiace che tu senta il peso della mia mancanza di libertà. Ma non ci pensare perché io non ne sento punto. Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela». E ancora a proposito dello spazio ristretto in cui si trovava (14 novembre 1944): «mi sono divertito a fare passeggiate di chilometri nel più vario paesaggio come sarebbe per esempio quattro colonne un pilastro e una curva ad angolo retto e poi invece quattro colonne un pilastro ecc.»

Mantova, 24 marzo 2020

Bibliografia: Frediano Sessi, Il segreto di Barbiana, Marsilio 2008; Lorenzo Milani, Alla mamma. Lettere 1943-1967, Marietti 1990; Lettere di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, San Paolo 2007.

BRICOLAGE

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

Accanto all’emergenza epidemica si sono sviluppate altre emergenze, che da essa si diramano come tenaci rami secondari. Quella legata alla scarsità della mascherina è forse la principale. Le mascherine non si trovano, con che proteggersi il volto allora?

Mascherine-fai-da-te

L’immenso serbatoio della rete offre i più bizzarri suggerimenti sul fai-da-te e illustra come il piccolo bricolage possa aiutare, anche se il risultato non è certificato e quasi certamente inefficace, quanto meno a difendersi dalla vergogna di non essere tra i fortunati possessori della mascherina.

Custoza, 25 marzo 2020

Cielo in una stanza (Il)

di Giancarlo Beltrame, giornalista, fotografo e critico cinematografico

Quando sei qui con me
Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi
Alberi infiniti

Quando sei qui vicino a me
Questo soffitto viola
No, non esiste più
Io vedo il cielo sopra noi
Che restiamo qui
Abbandonati
Come se non ci fosse più
Niente, più niente al mondo


Gino Paoli interpreta Il cielo in una stanza in una trasmissione di “Canzonissima” del 1968

Cantava così Gino Paoli nel 1960, immaginando che la forza dell’amore potesse abbattere ogni muro, ogni soffitto, librandoci al di sopra di tutto, immergendoci in spazi infiniti delimitati soltanto da alberi altrettanti infiniti. Sono passati sessant’anni e in questi giorni opachi in cui viviamo assediati nelle nostre case da un mortale nemico, siamo ancora qui a sognare il cielo in una stanza, la libertà di uno spazio aperto in cui poter respirare a pieni polmoni, senza orpelli o mascherine davanti al naso e alla bocca. E non abbiamo nemmeno più bisogno dell’ebbrezza dell’innamoramento, del brivido esaltante del primo amore, ci basta molto meno.

Giancarlo Beltrame, Bill Viola, 2020
Giancarlo Beltrame, Hopperiana 7, 2020

E in questo sogno di infinito oltre la leopardiana siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude ci aiuta anche l’arte. O meglio, il ricordo delle opere degli artisti amati, magari riutilizzati per i propri lavori.
E la mente corre a tutte le donne in interni di Hopper, soprattutto quelle con lo sgurado malinconico fissato gli spazi aperti oltre un finestra. O ai cinque video in fila di Catherine’s Room di Bill Viola a Palazzo Strozzi, ispirato a Caterina da Siena fra beate domenicane di Andrea di Bartolo. Opere premonitrici di questa clausura cui siamo tutti obbligati.

Verona, 26 marzo 2020

CONNESSIONI

di Susanna Chiesa, psicologa e psicoterapeuta

Il divieto di incontrarsi, necessario e dunque legittimo, per bloccare la diffusione del virus, va diritto al cuore della psicoterapia.
Non posso accogliere, nello spazio del setting, divenuto improvvisamente possibile fonte di contagio, non tanto psichico, come insegnano le teorie, ma fisico.
Lo spazio sicuro, il temenos, diviene improvvisamente fonte di pericolo.
La ritualità con cui ogni terapeuta accoglie il paziente, lo fa entrare nello studio allestito pensando all’incontro, diviene fonte di minaccia: una ciotola di caramelle, i fazzoletti di carta, l’acqua. Con un dispiacere mai provato prima, devo comunicare la sospensione degli incontri.

Psicoterapia on line

Diverso dall’annunciare un periodo di sospensione per le vacanze, comunicazione preparata da lungo tempo, che prevede inizio e fine predeterminati.
Ora ci si saluta senza sapere quando ci rivedremo, mentre lo sguardo preoccupato lascia intuire fantasie angosciose…ci rivedremo?
Offriamo allora di connetterci tramite computer.
Le reazioni divergono, in base a fattori soggettivi: la durata del trattamento, la tipologia del paziente, la sua dimestichezza con la tecnologia, la possibilità di privacy nelle case, il bisogno di stare con la presenza reale dell’altro, forse ancora non interiorizzata nel mondo interno. Mi preparo all’incontro avendo cura di allestire un setting preciso, siedo alla scrivania, adeguo le luci, preparo il quaderno degli appunti.
Ci connettiamo.
La prima sorpresa è vedere sé stessi in un piccolo riquadro. Questo in seduta non accade mai, cerco di non guardarmi, ma è inevitabile e mi disturba.
Ora sono io ad entrare nello spazio del paziente, nella sua casa, colgo scorci di un salotto, uno studio, librerie, divani, colori e suoni.
La voce di un famigliare, una porta che si chiude, un gatto che salta sul tavolo, un cane che abbaia irritato dalla voce proveniente dal computer.

Sono tesa, mi sento responsabile della connessione che fatica a mantenersi, compaiono scritte che ne indicano la scarsità. Il volto dell’altro si blocca, la voce è a scatti, frammentata. La mia arriva altrettanto disturbata, aspetti dottoressa, ho perso quello che diceva…mi sente…?  La sento…e lei? E si ascolta l’angoscia, la paura dell’isolamento, lo sgomento della città vuota e la rabbia verso chi non obbedisce, il terrore di ammalarsi, la reclusione nella solitudine, nella coppia, nelle famiglie. Racconti di giornate che scorrono paradossalmente veloci, ma spesso inconcludenti, intrappolati nel concreto che riduce lo spazio mentale.

La connessione decide per noi il ritmo della seduta, altera la mimica, frammenta la parola. Capisco che la scommessa è impedire che il virus alteri la nostra capacità di rappresentazione simbolica, ci costringa nella morsa del concreto, impedendoci la trasformazione.
La capacità della mente di trasformare, di creare nuove rappresentazioni della propria storia, di elaborare il lutto, i traumi, ridando spazio e voce al bambino nell’adulto, tutto questo dobbiamo preservare dalla pandemia, non solo il corpo.


CONTABILITA’

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

Alle cifre dei sondaggi politici si sono sostituite quelle dell’epidemia. Siano aggiornati quotidianamente sulla evoluzione statistica della epidemia, come prima lo eravamo settimanalmente sulle intenzioni di voto degli italiani. I numeri complessivi forniti dalla Presidenza del consiglio dei ministri vengono comunicati alle ore 18.00, nel corso della quotidiana conferenza stampa affidata alla Protezione civile, quando viene reso pubblico il Bollettino del giorno secondo un protocollo che prevede, per prima, la lettura del numero dei nuovi guariti e del totale dall’inizio della epidemia, seguita da quella dei positivi e del loro numero rispetto al giorno precedente e, per ultimo, dalla comunicazione delle cifre dei nuovi decessi e la loro somma totale.  Su queste cifre si basa, in massima parte, la percezione che l’opinione pubblica forma rispetto alla situazione in corso e a quella a venire, e sulle quali gli specialisti vengono interrogati – opinioni che, a loro volta, costituiscono il fondamento delle politiche di contrasto all’epidemia. Negli ultimi giorni, in realtà, sono state avanzate diverse perplessità sull’utilità di una simile contabilità, considerata fuorviante per diversi motivi.

Il Bollettino della Protezione civile. 30 marzo 2020

Ma, innanzitutto, occorre fare chiarezza su alcune questioni terminologiche. Mortalità e letalità, termini spesso confusi o considerati sinonimi, nella scienza statistica sono distinti. La mortalità indica il numero dei decessi sull’intera popolazione, mentre la letalità si riferisce al numero dei decessi sul totale dei positivi. La differenza è sensibile. Su 100 abitanti di un paese, di cui 10 risultino contagiati e, tra questi, 5 siano i morti, avremo un quoziente di mortalità del 5% e un quoziente di letalità del 50%. Occorre poi distinguere tra tasso di letalità apparente (CFR, case fatality rate) e tasso di letalità plausibile (IFR, infection fatality rate). Se il primo indica la letalità sul numero dei casi totali (praticamente impossibile da calcolare precisamente, in considerazione dei casi asintomatici che non vengono rilevati e della velocità cui cui quadro epidemico si evolve), il secondo rimanda alla letalità sul numero delle positività appurate. “Come appare evidente”, si spiega chiaramente in una recente analisi dell’ISPI, “il calcolo della letalità apparente è immediato, perché sia il numero delle morti confermate che quello dei casi confermati è conosciuto. Il calcolo dell’IFR richiede invece diverse operazioni di stima dei contagi totali ed è molto complicato. Tuttavia, calcolare l’IFR è indispensabile per avere un’idea realistica di quante persone contagiate perdano realmente la vita”.

Istogramma dell’Ispi sui contagiati

I dubbi sulle cifre fornite dalla Protezione civile riguardano proprio il fondamento stesso che tali numeri dovrebbero avere: vale a dire la loro corrispondenza con la realtà. Innanzitutto, viene contestata, perché ritenuta non significativa, la voce relativa al numero dei contagiati, perché derivante esclusivamente dagli esiti della analisi sui tamponi; è sottostimato il numero dei decessi, dal momento che non tiene conto dei decessi nelle case di riposo o nelle abitazioni private – numeri oscuri che sfuggono alla rete contabile della Protezione civile. Un numero più attendibile del numero dei contagiati è stato stimato possibile – e sulla proiezione concorda anche la Protezione civile – in 10 volte quello che i rilevamenti accertano. Se a oggi, martedì 31 marzo, i contagiati attuali sono calcolati in 77.636, una stima più vicina al dato reale sarebbe di poco meno di 780.000 infettati. Cifra, a sua volta, sottostimata secondo un report che proviene a un dei più influenti centri di raccolta e analisi dei dati internazionali, l’Imperial College di Londra. In un lavoro reso pubblico i 30 marzo, il team di epidemiologi e statistici ha stimato al 28 marzo il numero complessivo dei contagiati presenti in 11 paesi europei. La stima relativamente al nostro paese indica una percentuale del 9,8%, che significherebbe circa 9,8 milioni di casi. 
Su almeno una cosa si po’ convenire. Se le cifre servono, e servono, che siano quelle adeguate alla situazione.  

Custoza, 31 marzo 2020

Bibliografia. Matteo Villa, Coronavirus: la letalità in Italia, tra apparenza e realtà, Istituto per gli studi di politica internazionale, 27 marzo 2020; Seth Flaxman, Swapnil Mishra , Axel Gandy et alii, Estimating the number of infections and the impact of nonpharmaceutical interventions on COVID-19 in 11 European countries, Imperial College COVID-19 Response Team, 30 marzo 2020


COPRIFUOCO

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

Il divieto alla popolazione civile di uscire durante le ore della sera e della notte, imposto per ragioni di sicurezza dall’autorità civile o militari in situazioni di pericolo, trae la sua origine dal divieto di tenere accesi fuochi durante le ore notturne, al fine di evitare possibili incendi nelle città, usuale in epoca medioevale. Più tardi, con il termine si è indicata la drastica misura di limitazione o soppressione della libertà di movimento, in particolare durante la notte. Abituale in condizioni eccezionale come lo stato di guerra, dove il coprifuoco è accompagnato dalla imposizione della legge marziale ed è volto al controllo del territorio, tale provvedimento ha trovato applicazione anche durante emergenze seguite a catastrofi naturali o a eventi di particolare gravità.

Bando che annuncia il coprifuoco a Modena
a partire dal 18 marzo 1945

In queste settimane, diversi paesi hanno fatto ricorso al coprifuoco per contrastare l’epidemia in corso – dalla Spagna, alla Turchia e all’Albania. Lo hanno applicato lo stato del New Jersey, le città di New York e Milwaukee, il dipartimento delle Alpi Marittime e la città di Mulhouse, focolaio nell’estremo est della Francia. In questi casi, non si tratta di una disposizione assunta per salvaguardare l’ordine pubblico, come fu nel dopo Katrina, l’uragano che nell’estate del 2005 devastò la citta di New Orleans, ma a tutela della saluta pubblica. Nel nostro paese, drastiche limitazioni alla circolazione personale, contemplati in ordinanze tanto locali (regionali), quanto nei decreti del governo centrale, sono in vigore dalle ultime settimane di febbraio, in alcune zone denominate rosse, e dalla prima decade di marzo in tutto il territorio nazionale. Succedutisi ad accorati richiami a stare a casa, questi provvedimenti hanno significato di fatto l’instaurazione del coprifuoco, per lo meno per quanta riguarda la mobilità personale al di fuori di un raggio di 200 metri dalla propria  abitazione, con l’eccezione di comprovati motivi.

Conferenza stampa del 15 marzo 2020 di Luigi Zaia

Riconosciuto come tale dalla stampa (Coronavirus in Veneto, coprifuoco esteso a tutti in “Corriere della Sera”, 10 marzo 2020; Virus a Napoli, scatta il coprifuoco in “Il Mattino”, 10 marzo 2020; A Torino calano le persone denunciate per aver violato il “coprifuoco”, “La Repubblica”, 23 marzo 2020), non lo nella comunicazione ufficiale, e men che meno nei testi normativi, dove il termine non è stato ancora utilizzato, probabilmente per la sua connotazione di misura draconiana da stato di eccezione. Se deve essere evocato, lo è piuttosto quale misura punitiva, come è stato nel caso della conferenza stampa del presidente della regione Veneto Luca Zaia, tenuta il 15 marzo 2020: «Le proiezioni sul contagio da Coronavirus sono in crescita”, ha annunciato il presidente, dichiarando che, “se non si seguono le regole si rischia il crash sanitario e prima di questo il coprifuoco”. Concetto ripetuto nel corso dello stesso incontro, quando rispondendo alla domanda di un giornalista, ha detto: “Veramente, stiamo a casa, perché l’alternativa al contenimento è il coprifuoco!”. Detto per inciso, Il presidente, che ritiene evidentemente misure di contenimento e di coprifuoco alternative tra loro, non ha specificato quali inasprimenti verrebbero contemplati nel caso dell’adozione di un coprifuoco al quadrato.

Custoza, 29 marzo 2020


Diario dell’alloggio segreto
Anne Frank, 1947

di Frediano Sessi, storico e sociologo della storia

Anne Frank, ebrea di origine tedesca (Francoforte, 12 giugno 1929 – Bergen-Belsen, probabilmente febbraio/marzo 1945). Il suo Diario fu pubblicato dal padre, Otto Frank, il 25 giugno del 1947 con il titolo: Het Achterhuis. Dagboekbrieven van 12 juni 1942 – 1 augustus 1944 (La casa sul retro. Diario epistolare dal 12 giugno 1942 al 1° agosto 1944). Dopo la morte del padre (il 19 agosto 1980), si scoprì che gli scritti di Anne erano molti di più. C’era un diario intimo, costituito da cinque quaderni e un racconto del diario che Anne cominciò a scrivere il 20 maggio del 1944, poco prima di essere arrestata. Inoltre, vennero ritrovati dei racconti e molti quaderni e fogli di esercizi scolastici e di appunti.

La prima edizione del 1947
La prima edizione italiana del 1957

All’inizio, i Frank pensavano di rimanere nascosti in Prinsengracht 263 per alcuni mesi ma, in realtà, vi rimasero fino al giorno del loro arresto, la mattina del 4 agosto 1944. In quella casa di poco più di cinquanta metri quadrati, Anne viveva con altre sette persone, tra cui quattro adulti. Mancava la luce e l’aria era stantia, le finestre erano sempre oscurate e non si potevano aprire; mancava lo spazio, la camera di Anne era un corridoio che doveva dividere con un adulto che lei non conosceva; era possibile muoversi soltanto quando la fabbrica del padre era chiusa, la mattina presto e nel tardo pomeriggio.

L’edificio situato al numero 263 della Prinsengracht di Amsterdam. All’ultimo piano si trovava l’alloggio segreto dove Anna trascorso in reclusione due anni, dal 5 luglio 1942 al 4 agosto 1944
I quattro grandi ritratti di Anne che accolgono il visitatore della casa, trasformata in museo nel 1960

Gli alimenti scarseggiavano e anche i vestiti si consumavano e venivano rammendati alla meglio. Per Anne, in fase di crescita, i vestiti diventavano sempre più stretti e corti. Lei leggeva, scriveva, cercava di immaginare un mondo diverso, non solo guardando il cielo dal lucernario della soffitta, ma alimentando la sua fantasia con le storie delle eroine dei romanzi che Miep Gies, la segretaria del padre, le procurava. Leggendo, scrivendo e immaginando si preparava a essere una donna in un mondo nuovo. Aveva trasformato la sua reclusione forzata in una risorsa, per acquisire gli strumenti per la vita futura, senza perdere la fiducia in un avvenire migliore. Per questo, nei giorni del suo isolamento, lavorò per far prevalere il lato migliore di se stessa.

Mantova, 24 marzo 2020

Bibliografia: Diari, Einaudi, 2002 (edizione italiana a cura di Frediano Sessi); Diario, Einaudi, 1993 (a cura di Frediano Sessi), per i più piccoli, Frediano Sessi, Il mio nome è Anne Frank, Einaudi ragazzi 2010.

Dei Sepolcri
Ugo Foscolo, 1807

di Alberto Battaggia, docente e giornalista

Ugo Foscolo scrisse il poemetto didascalico Dei Sepolcri, di getto, nel 1806, in seguito al confronto che ebbe con il veronese Ippolito Pindemonte sul tema della utilità delle tombe. La questione si accese dopo l’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, che prescriveva, in nome di esigenze igienico-sanitarie ed ideologiche, nuove norme cimiteriali, tra le quali l’anonimato della sepoltura.

Il frontespizio della prima edizione del Dei Sepolcri,pubblicata a Brescia, per Bottoni nella primavera del 1807.

Già il nome, solenne, valorizza l’estremo confine della vita. Una prima compensazione della tragedia: prepara l’ illusione foscoliana. Il poemetto del veneziano li ha immortalati nell’immaginario scolastico nazionale, mentre la tradizione didattica li ha consegnati ad una contraddizione formidabile: se nessun destino attende i defunti, perché tanto gran can quando si muore? Ugo lo spiega: l’immaginazione ha bisogno di un supporto materiale. Perché i fantasmi appaiano alla mente – lui che ci sorride; lei che rimbocca le coperte; le strane parole, quando partimmo; il caldo di quella sera… – i nostri sensi vanno mobilitati. L’urgenza feticistica del desiderio, proprio perché insoddisfacibile, si manifesta al massimo grado nell’amore e nella morte. Spargiamo baci nella vaniglia delle lettere più dolci: e lei è lì, ad attenderci ed eccitarci; versiamo lacrime nell’amaro dei cipressi: e lui è lì, a parlare e guardarci. Il pensiero è un prolungamento immateriale del corpo, una larva quantica, un respiro elettrico: e non dimentica le sue origini. Vuole un contatto, l’adesione alle superfici, una carezza alla scorza del mondo.

Il 17 marzo scorso, a Bergamo, un frate francescano, chino sulle bare, vi appoggiava il cellulare dei parenti, costretti lontano. “Così riescono a parlare con loro” spiegava il cappuccino. Il gesto pietoso del frate e dei famigliari si rivela dunque meno grottesco di quello che pare: non una parafrasi postmoderna e postfoscoliana della società di massa; ma un gesto ingenuo, commovente ed umanissimo, nel tempo del Coronavirus.

Verona, 23 marzo 2020

DIRITTO ALLA SALUTE

di Luciano Butti, docente di diritto ambientale unipd

Chi è tutelato?
E’ tutelato “l’individuo”, tutti siamo tutelati e dobbiamo tutelare tutti.  La scelta è simile a quella dell’art. 34 (“La scuola è aperta a tutti”) e diversa invece da quella relativa ad alcuni diritti politici, riservati ai soli “cittadini”.
Che cos’è la salute?
Molte Corti e organizzazioni internazionali hanno sottolineato che la salute non è semplice assenza di malattia, ma “completo benessere fisico e psichico”.  Ci sarà da riflettere anche su questo, quando, a emergenza finita, ricorderemo le discussioni di questi giorni relative alla “passeggiata”. A partire dagli anni Settanta del Novecento, inoltre, la giurisprudenza ha iniziato a considerare il diritto a un “ambiente salubre” come ulteriore condizione necessaria per rendere effettivo il diritto alla salute.

Quanta salute è costituzionalmente tutelata?
L’art. 32 si limita a fissare un’indicazione per il legislatore (“norma programmatica”) oppure  genera un vero e proprio diritto soggettivo per l’individuo (“norma precettiva”)? Nei rapporti fra privati, la norma costituzionale è precettiva. Ogni persona dispone di un diritto fondamentale a che la propria salute non venga pregiudicata da altre persone o aziende. Ciò tuttavia (Corte costituzionale n. 85/2013 sul caso “Ilva”) deve tener conto che nessun diritto costituzionale  può essere “tiranno” su altri diritti fondamentali (come ad esempio il diritto al lavoro).
Nei rapporti fra i cittadini e lo stato, invece, il diritto costituzionale alla salute è “finanziariamente condizionato”. Tuttavia, un “nucleo irrinunciabile” riceve tutela costituzionale a prescindere dalle compatibilità finanziarie. Per tutelare questo “nucleo irrinunciabile” di salute, il cittadino può agire contro lo stato o la regione, che non possono difendersi sulla base dell’assenza di fondi.

Personalmente, aggiungo un considerazione. Se fatichiamo, come fatichiamo, per garantire in concreto questo “nucleo irrinunciabile” di salute, non ha senso che Regioni, Università, Ordini professionali impieghino risorse economiche, tempo e personale per promuovere terapie non validate dalla scienza. Eppure questo talora accade. Per esempio le cd. “cure omeopatiche”, prive di qualsiasi validazione scientifica, sono oggetto di corsi proposti da alcuni dipartimenti universitari, vengono finanziate da alcune regioni e sono tollerate dall’Ordine dei medici (purché –  ça va sans dire – somministrate da un medico…).

La salute come interesse della collettività. L’esempio dei vaccini.
Secondo l’art. 32 della Costituzione, la salute non è soltanto un “diritto dell’individuo”, ma anche un “interesse della collettività”.  La prima ragione di ciò è evidente: mantenere un elevato grado di “benessere fisico e psichico” della popolazione è utile a tutti noi, all’economia, più in generale all’armonia della nostra comunità di persone. Ma vi è di più. L’importanza anche “collettiva” della salute può talora giustificare trattamenti sanitari obbligatori, come per esempio, nei casi strettamente previsti dalla legge, alcuni vaccini. Lo ha riconosciuto recentemente la Corte costituzionale, respingendo un ricorso della Regione Veneto, che si era appunto lamentata dei vaccini obbligatori (Corte costituzionale n. 5/2018). Naturalmente la legittimità di queste misure estreme viene subordinata ad una serie di condizioni, quali: circostanze tali da richiedere un “patto di solidarietà” tra cittadino e stato; ragionevolezza scientifica.
Personalmente ritengo che, prima di ricorrere ad un trattamento sanitario obbligatorio, possano essere esplorate altre strategie, come quella della raccomandazione, attraverso sistemi di “spinta gentile” (“Nudging”, secondo la fortunata espressione di un volume di Sunstein e Thaler).

Il “rispetto della dignità umana” (“Dignità della persona”)
La nostra Costituzione non usa le parole a caso. Ebbene, una sola volta essa utilizza l’espressione “In nessun caso”. Ciò accade proprio nell’art. 32, quando viene introdotto il concetto di “dignità della persona”: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Questa disposizione è stata valorizzata dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 21748/2007) nel noto caso di Eluana Englaro, al fine di consentirle, dopo molti anni, la sospensione di alimentazione ed idratazione forzata. Ciò è avvenuto proprio sulla base della dimostrata concezione di “dignità della persona” che era stata propria di Eluana durante la sua vita attiva.  E’ interessante come in questo modo il Collegio di giudici (allora presieduto da Gabriella Luccioli) abbia accolto una concezione in parte relativista di dignità della persona: aveva ragione Protagora, “l’uomo” – la persona – “è misura di tutte le cose”.

Verona, 29 marzo 2020

Fonti. Corte costituzionale n. 85/2013 sul caso ‘Ilva’; Corte costituzionale n. 5/2018 sui vaccini obbligatori; Corte di Cassazione n. 21748/2007 sul caso di Eluana Englaro; Thaler e Sunstein, La Spinta Gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, 2009; Platone, Protagora.

DRESS CODE

di Gian Arnaldo Caleffi, architetto

Quale sia l’abito da indossare nelle occasioni formali e no è ormai codificato.
Mai indossare la dinner jacket, altrimenti detto smoking, prima delle 18:00, la giacca sempre più scura dei pantaloni, ad eccezione dello smoking color cammello, mai la pochette della stessa stoffa della cravatta, il polso della camicia deve uscire almeno 1 cm dalla manica della giacca, e tante altre regole che distinguono l’uomo elegante dall’uomo sciatto e banale. E per le donne niente di meno.

Telemaco Signorini (1835-1901)
Uomo con camicia bianca, forse 1895

Anche le occasioni informali hanno una propria “regolamentazione”, anche se il casual sembra, ma non lo è, assenza di codici. Con l’abito presentiamo noi stessi al nostro interlocutore, stabiliamo le regole del comune interagire. E nello smart working del dopo Coronavirus?
Le call avvengono da casa, spesso dal soggiorno, a volte dal letto o dal divano, ed interagiamo in video con colleghi di lavoro, clienti, amici, referenti vari. E il dress code adeguato qual è? Mi devo mettere la giacca e la cravatta se comunico con un referente istituzionale o con un cliente col quale ho rapporti formali? Da casa? Seduto sul divano? O al tavolo della cucina? Basta la giacca elegante e posso non indossare anche i corrispondenti pantaloni, visto che a video non si vedono? Posso prendere insegnamento dalla mitica trasmissione TV sull’allunaggio del 20 luglio 1969 quando Tito Stagno condusse la trasmissione con un’inappuntabile giacca-e-cravatta sopra la scrivania, ma in mutande sotto, tanto faceva caldo?
E se mi preparo alla conference call vestito di tutto punto e poi gli altri interlocutori sono tutti in tuta, che figura ci faccio? Anche nel caso contrario, ovviamente.

Altro dettaglio da non trascurare: visto che le stirerie sono chiuse e la colf non viene, la lavatrice abbiamo imparato a farla andare, così possiamo indossare camicie perfettamente pulite. Ma dobbiamo anche stirarle? E perché? Siamo solo in famiglia…. Infatti in alcune call si vedono, un po’ sfuocate, le camice avvizzite dei nostri interlocutori. Poi, se devo sembrare “operativo”, sempre teso e pronto sul pezzo, un accessorio non deve mai mancare: la mascherina annodata sulla nuca e calata sotto il mento. Da una sensazione di impegno e di dedizione al bene comune. Comunque devo tenere conto del fondale scenico, non posso rischiare di far intravedere la lavastoviglie sullo sfondo del gessato d’ordinanza.
Dobbiamo inventarci un dress code adeguato, un po’ formale, ma non troppo, comodo, ma non sciatto, rassicurante, ma non trascurato.
Ragazzi, siamo all’alba di una nuova eleganza!

Verona, 24 marzo 2020

Bibliografia: Chiara Boni e Luigi Settembrini, Vestiti usciamo. L’eleganza maschile, ma non solo, 1986.

DRESS CODE PUBBLICITA’

di Gian Arnaldo Caleffi, architetto

La pubblicità fa leva spesso, anzi molte volte, anzi quasi sempre, sull’erotismo.
Erotico è il messaggio subliminale che veicola la reclame di molti prodotti, motori ed abbigliamento in particolare,
Analizziamo questa pubblicità di jeans nel Tempo del Coronavirus:

“….. relax sul divano senza farsi trovare impreparati ad una Skype call con il capo…..”
Cosa c’è di erotico in questo messaggio? Il ragazzotto emaciato, buono per tutte le inclinazioni sessuali? Nooo, troppo banale, casomai ha qualcosa di esplicito, che è meno efficace del subliminale.
Il denim? Non evidenza gli attributi che le altre pubblicità di jeans sparano in primo piano. E allora?
Ma è l’associazione del relax sul divano con la Skype call che rende perfetto per le avventure di ogni giorno il denim del capo di abbigliamento pubblicizzato.
Ognuno di noi ha ricordi di gioventù legati al divano, quando iniziammo la più bella avventura della vita.
Ecco il messaggio: anche al tempo del Coronavirus la vita può essere eccitante, con un paio di jeans lo è di più.

Verona, 27 marzo 2020

ESEQUIE

di Elena Alfonsi, critico dell’arte

Cesare Ripa nel libro a cui si dedicò per circa trent’anni della sua vita, “Iconologia”, scrive di Camillo Filippi, detto Camillo da Ferrara. Lo definì “Pittore intelligente per come dipinse la morte, riprendendo fedelmente il volume delle pitture di Anton Francesco Doni che cita esplicitamente Petrarca. “La Morte è fin d’una prigione oscura/a gli animi gentili, a gli altri è noia,/che hanno posto nel fango ogni miglior cura”. Ed è alludendo al vestimento che afferma: “E perché molto ci preme nel viver Politico la Religione, la Patria, la fama, e la conservazione delli stati, giudichiamo esser bello il morire per queste cagioni, e ce la fa desiderare il persuaderci che un bello morire tutta la vita onora”.

Un passo contenuto all’interno del più vasto repertorio delle immagini allegoriche adottate nelle arti figurative. Il prodotto di una cultura che desiderava creare una morale laica facendo uso, con sensibilità classicista, dell’autorità dei grandi scrittori del passato. Parole in cui “l’isolamento sociale del morire affidato al linguaggio delle tecniche mediche” non esisteva ancora e gli estremi onori resi al defunto, specificatamente relativi a quanto prescrive il rito religioso, erano strettamente connotati dai propri simboli. Occidente e Oriente in questo tragico momento della storia dell’Uomo si trovano ad affrontare la necessità di seppellire o cremare i tanti cadaveri dovuti alla morte per Coronavirus con le stesse modalità.

Cesare Ripa in un ritratto del 1624
Claude Monet, Camille Monet sul letto di morte, 1879,

Claude Monet il 5 Settembre del 1879 reagì con la pittura al dolore per la morte della sua amata Camille. Scrisse: “I miei occhi erano rigidamente fissi sulle tragiche tempie e mi sorpresi a seguire la morte nelle ombre del colorito che essa depone sul volto con sfumature graduali. Toni blu, gialli, grigi, che so.” Guardò la moglie morire per osservare il trascolorare dell’epidermide sul volto. La ritrasse con furore pittorico a pennellate di colori che scaturivano dal proprio animo sconvolto. Il corpo di Monet rispose automaticamente allo choc e, lasciandosi attraversare dalle emozioni, con l’uso del colore prese coscienza della sua morte. Così facendo fissò per sempre il volto di Camille sulla tela e ne accettò la perdita.

Ora in questa antica terra, nell’agghiacciante silenzio di città semideserte, l’uomo patisce il definitivo distacco da corpi che ama, sottratti nudi alla vita. Rinchiusi entrambi, noi e loro, e per sempre privati dallo scambio degli ultimi sguardi, gesti e parole in un tempo interrotto tragicamente; lontano dagli altri ma anche lontano da noi.

Mantova, 24 marzo 2020

Bibliografia. Cesare Ripa, Iconologia, 2012, Torino, Giulio Einaudi Editore; Francesco Petrarca Triunphus Mortis, II, 34-36; Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta; Ines Testoni, L’ultima nascita.Psicologia del morire, Dad Education, Bollati Boringhieri, Torino, 2015

FALSE NOTIZIE

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

La falsa notizia ha piede veloce, come avevano spiegato Gioacchino Rossini e il librettista Cesare Sterbini in una delle arie più amate dell’opera italiana. “La calunnia è un venticello” destinato a trasformarsi in un fragoroso temporale. Poco più di cent’anni dopo, nelle sue Réfléxion d’un historien sur les fausses nouvelles de la guerre (Riflessione di uno storico sulle false notizia della guerra), Marc Bloch avanzava alcune considerazioni sui meccanismi che portano alla costruzione e alla circolazione delle false notizie. Erano gli stati d’animo collettivi – osservava il grande storico, riferendosi a esperienze vissute pochi anni prima nelle trincee del fronte occidentale – a consentire a pregiudizi di trasformare in leggenda una cattiva percezione. E sottolineava che “si crede facilmente a ciò a cui si ha bisogno di credere”.

L’esposizione alla paura amplifica il diffondersi di false notizie e la paura è uno dei sentimenti che dominano queste settimane. Il virus si trasmette da persona a persona come le false informazioni da dispositivo a dispositivo – non a torto attribuiamo loro la natura ‘virale’. Nei primi giorni di marzo, ha preso a circolare sui social network e presso le community la notizia secondo cui dietro all’arrivo in Europa di un contingente di militari statunitensi, impegnati nella esercitazione “Defender’ Europa 2020” (che l’evolversi dell’epidemia a livello continentale ha successivamente costretto a interrompere), si nascondessero finalità inconfessabile e sconvolgenti, come la progettata aggressione alla Russia e l’occupazione da parte americana dell’Europa. In questo caso non è stata tanto una falsa notizia (ogni enunciato falso che produca effetti di verità) a essere diffusa, quanto l’interpretazione tendenziosa di una serie di dati fattuali.

Notizie decontestualizzate hanno l’effetto di una falsa notizia

Assai sovente, false notizie e false interpretazioni sono parte costitutiva di un discorso complottista, volto a farci “pensare che dietro a ciò che ci preoccupa si celi un segreto e che l’occultamente di questo segreto costituisca un complotto ai nostri danni”, nelle parole con cui lo sintetizza Umberto Eco. Esemplare, a questo riguardo, quanto capitato il 25 marzo. Un servizio del Tgr Leonardo di cinque anni fa, che faceva riferimento a un Coronavirus ingegnerizzato in un laboratorio segreto cinese, ha iniziato a diffondersi via WhatsApp sui cellulari di tutti noi. Nonostante la ricerca sulle origini del virus siano uno dei temi di interesse primario su cui si è concentrata la comunità scientifica in queste settimane e le ultime evidenze lo abbiano escluso – in particolare l’articolo apparso sulla rivista Nature il 17 marzo scorso – ciò non ha impedito a leader politici di rilanciare il video, dando ancora più visibilità a una sua lettura dichiaratamente complottista. Quella del virus ingegnerizzato è solo l’ultima delle leggende che hanno avuto, come immediato effetto, di aumentare la tensione. E possiamo dirci certi che non dovrà trascorrere molto tempo, perché essa diventi la penultima.

Custoza, 26 Marzo 2020

Bibliografia. Gioacchino Rossini, Il Barbiere di Siviglia. Opera completa per canto e pianoforte, Ricordi, Milano, 2006; Marc Bloch, Réfléxion d’un historien sur les fausses nouvelles de la guerre in “Revue de synthèse historique”, n. 33, 1921, (traduzione italiana in Marc Bloch, La guerra e le false notizie, Donzelli, Roma, 2004); Umberto Eco, “La sindrome del complotto” in 11/9. La cospirazione impossibile, a cura di Massimo Polidoro, Piemme,
Casale Monferrato, 2007.

FARE LA CODA

di Fiammetta Pignatti, artista

Fare la code non e` un’abitudine a cui gli italiani siano molto atti. L’abbiamo lasciata sempre agli anglosassoni, guardandoli con un misto di curiosita` e ammirazione. In Italia, si preferisce “il mucchio”, e volendo anche le spintonate. Ma ecco che la crisi del coronavirus ce l’ha portata in casa. Quando pensavamo che con la Brexit, il modello britannico si sarebbe allontanato sempre di piu`, ci troviamo ad abbracciarlo con le lunghe code nei negozi e nei supermercati. Persino un certo riserbo e una adeguata distanza ci riporta ai modi inglesi: tutti in fila composti e pazienti in attesa del proprio turno.

Cittadini in coda all’entrata di un supermercato

Per cercare di evitare il piu` possibile queste lunghe “fermate” l’ingegno digitale ci viene in aiuto. Esistono applicazioni che tracciano in tempo reale il livello di affollamento davanti ai supermercati, con grafici e consigli. Ora viene a porsi una domanda: con la fine di questa crisi portata dal Covid-19, ci sara` anche un cambiamento abitudinale o torneremo al modello del “c’era prima io”, e del “no, tocca a me”?
Citando Manzoni: ai posteri l’ardua sentenza.

Oxford, 31 marzo 2020

Finestra sul cortile (la)
Cornell Woolrich, 1944

di Cinzia Bigliosi, traduttrice

Cornell Woolrich (New York 1903 – New York 1968), cominciò a scrivere quando, nel 1921, una malattia non gli permise di uscire di casa per un lungo periodo. Nell’autobiografia, scrisse di essersi sentito “in trappola, come un povero insetto che, sotto un bicchiere rovesciato, tenta di arrampicarsi sul vetro, ma non riesce, non riesce, non riesce.” Come non compatirlo, oggi costretti anche noi a un forzato esercizio di clausura, pena la morte o, nel migliore dei casi, una multa. Il protagonista del racconto It had to be murder, pubblicato sotto pseudonimo nel 1942 e riproposto due anni dopo con il titolo definitivo Rear window (La finestra di fronte), è la morbosa incarnazione dell’insetto prigioniero. Limitato da un’ingessatura a muoversi “dalla finestra al letto, dal letto alla finestra”, l’infermo sopravvive alla noia dell’immobilità nutrendosi, giorno e notte, della linfa che aggrada maggiormente ogni voyeur: spiare gli altri. Il ritmo del racconto è regolato dall’alternarsi di doppi, per esempio il dentro e il fuori, l’interno sepolcrale e l’ambiguità dell’esterno, la coppia felice e quella disgraziata. La stanza di costrizione si trasforma così in una camera oscura, lo sguardo nell’obiettivo di un cannocchiale che scorre ossessivo sull’orizzonte chiuso di un cortile metropolitano. Le finestre dei palazzi di fronte offrono, come file di televisioni, la visione opaca di vite anonime.

James Stewart, protagonista de La finestra sul cortile

Con una tessitura lessicale che attinge agli ambiti della prigionia, della paralisi e della perversione, Wollrich trasforma il protagonista malato in un investigatore. Usando strumenti indiziari di stampo morelliano, egli spia la quotidianità degli altri e, con i segmenti che giorno dopo giorno ne registra, costruisce storie di vita, ne immagina i sentimenti, le frustrazioni, fino a leggere gli estremi di un delitto. Nel 1954 Alfred Hitchock licenziò la trasposizione cinematografica del racconto, operando un cambio radicale rispetto ai protagonisti letterari: ritrasse un numero maggiore di dirimpettai, perlopiù artisti (una ballerina, un compositore, una scultrice, e un orologiaio, interpretato dallo stesso regista in una delle sue note mise en abyme); il cameriere del racconto lasciò il posto a due figure femminili, una massaggiatrice sarcastica e una fidanzata molto glamour, interpretata da Grace Kelly la quale, complici fotografia e costumi d’eccellenza, illumina di luce propria lo schermo e, tradendo le cupe intenzioni di Woolrich, finanche la stanza, dove giace il fidanzato (James Stewart, per una volta anche letteralmente ingessato), il quale tenta di distrarla dal progetto di farsi presto impalmare coinvolgendola nelle sue fantasie spionistiche, arrivando a convincerla che il puzzle di gesti e sigarette nel buio parla di un omicidio, non più immaginario, illogico, forse, anche se, come affermò lo stesso Alfred Hitchock, “la logica è noiosa.”

Verona, 27 marzo 2020

Bibliografia e filmografia. C. Woolrich, Blues of a lifetime. The autobiography of Cornell Woolrich, Bowling Green State University Popular Press, Ohio, 1991; La finestra sul cortile in C. Woolrich (W. Irish), Ossessione, intr. di M. Boncompagni, Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1990. A. Hitchock, La finestra sul cortile (Rear window), sceneggiatura di John M. Hayes, basato sull’omonimo racconto di C. Woolrich, con Grace Kelly e James Stewart, 1954.

GUERRA

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

Siamo in guerra, si sente dichiarare da ogni parte. Il parallelismo non regge, perlomeno in senso letterale. Non nella forma bellica conosciuta dalle generazioni che in Europa ci hanno preceduto e che viene definita, nella sua formulazione classica clausewitziana, “un atto di forza che ha per scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”. Dal punto di vista dell’aggredito (noi), un nemico esiste ma è difficile attribuirgli razionalità: non vi è alcun progetto deliberato di dominio da parte sua, non terre da conquistare, ricchezze da predare o un popolo da asservire.

E tuttavia il sentimento di trovarsi come in guerra permane. Nella situazione eccezionale che si è deteterminata alcuni dei suoi elementi costitutivi hanno, in effetti, delle somiglianze con la condizione dell’essere in guerra. Due, principalmente: la prima, viviamo nella percezione del pericolo costante e generalizzato; la seconda, siamo consapevoli di non riuscire a localizzare il pericolo. Abita in noi, da qualche settimana, un sentimento di vulnerabilità.

Delle tipologie nella quale polemos è suddiviso, quelle di guerra totale e di guerra di guerriglia sembrano offrire qualche analogia con la situazione presente. Dalla nozione di guerra totale – Totaler Krieg nella locuzione originaria introdotta dal generale Erich Ludendorff nel 1935, per descrivere quel conflitto che coinvolge totalmente le risorse economiche ed umane di uno Stato – l’avere essa implicazioni sistemiche. Da quella di guerra di guerriglia – categoria suggerita dalla figura del cosiddetto franco-tiratore, apparso nel teatro di guerra franco-prussiano nell’ultimo trentennio dell’Ottocento – l’invisibilità del nemico. Somiglianze fugaci, tuttavia!

Franchi-tiratori nei Vosgi durante la guerra del 1870
(incisione tratta da “L’Illustration Européenne”, 1870)
Il 18 febbraio 1943, Joseph Goebbels, si rivolse al popolo tedesco chiamandolo alla mobilitazione totale
(manifesto dell’Ufficio propaganda del Governo
degli Stati Uniti, 1943-1944)

Resta il fatto che, se pur non è una guerra quella che stiamo affrontando, le perdite umane e i danni economici che ne stanno già derivando sono altrettanto severi.

Custoza, 23 marzo 2020

Bibliografia. Carl von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano, 2017; Erich Ludendorff, Der totale Krieg, Ludendorffs Verlag, Monaco, 1935

INTIMITA’

di Marta Alberti, filosofa

Luogo interiore fatto di silenzio e profondo rispetto per se stessi, che l’isolamento e la reclusione domestica – messi in atto per buonsenso da alcuni o accettati a forza di decreti da altri – potrebbero aver reso un luogo nuovamente accessibile a tutti. Ma sarà poi così? Difficile a dirsi, perché l’intimità come dimensione interiore è invisibile e la sua ricerca porta a raccoglierci e a cercare ascolto al riparo dall’esposizione alla sguardo sociale. S’intuisce, però, che almeno due condizioni, di questi tempi, minacciano il raccoglimento intimo: in primo luogo, la reclusione nelle case, che spesso significa essere costretti a condividere con i familiari ogni singolo istante della giornata; in secondo luogo, l’isolamento sociale, che viene compensato dal massiccio ricorso alla rete e ai social media.

Edward Hopper, Morning sun, 1952

Il forzato ottimismo dei primi giorni di isolamento – “Costretti a stare a casa, torneremo a starci vicino e a parlarci, recuperando ciò da cui la normale routine ci aveva distratto”; “Quanto sono preziose le tecnologie che ci permettono di comunicare anche a distanza” – preannunciava involontariamente scenari per niente idilliaci. Quanti, ad esempio, sopporterebbero anche solo l’idea di dover essere confinati alle sole relazioni familiari, mettendosi nei propri vecchi panni di adolescenti? E quanti, pur sentendo la mancanza delle relazioni sociali, non hanno comunque avuto la tentazione di spegnere il cellulare per non essere invasi dal flusso continuo di messaggi, foto, video? Di fronte ad un’emergenza che rende tutti più vulnerabili, nell’intimo si agitano paure, inquietudini, speranze, intuizioni, pensieri, desideri e un grande senso d’incertezza per il presente e per il futuro. Vissuti confusi e intrecciati, che solo in un’intima conversazione potrebbero essere propriamente espressi e affrontati.

Marta Alberti, Verona, 26 marzo 2020

Lacrime amare di Petra von Kant (le)
Rainer Werner Fassbinder, 1h 24′, 1972

Alberto Battaggia, docente e giornalista

E’ possibile dormire, svegliarsi, fare all’amore, cibarsi, truccarsi, odiare, parlare, ascoltare, lusingare, comandare, umiliare, soggiacere, rimpiangere, piangere (in poche parole: vivere) in pochi metri quadri? Quali supplizi e piaceri riguardano le coppie in amore confinate nei microappartamenti – sala unica multifunzione più servizi- del lavoro precario nel tempo del Coronavirus? Petra von Kant li conosce. Nel claustrofobico teatro filmico di Rainer Werner Fassbinder, rigorosamente aristotelico nel rispetto delle canoniche unità, tutto accade in una sola stanza, sopra il giaciglio matrimoniale della dura protagonista. Uno smart living ante litteram. Nei primi 22 minuti Petra apre gli occhi, telefona alla mamma, sorride sicura, ipocrita, borghese; accende la sigaretta, indossa la vestaglia, fa girare The Platters – Smoke Gets In Your Eyes, mette la parrucca, si contempla allo specchio, balla languida con la soggiogata segretaria Marlene; telefona al boss della moda: “questi maiali”, “te li ricordi tre anni fa?, neanche fosse stata merda”-; apre la porta: “carissima”…

Il trucco
Karin
La passione
Quello che importa

Entra l’amica Marlene (che tiene il soprabito addosso): ha saputo del marito, “sei troppo dura”- dice lei – “forse non sei abituata alle donne che pensano”…ribatte Petra. Al 23 esimo minuto, Krudelia inizia a truccarsi. Non si è mai lavata la faccia. Il rimmel, le ciglia finte, si sovrappongono alle scorie del sonno negli angoli degli occhi; il fard solleva la cute affaticata dalla notte (Maria Antonietta?). Irritante, decadente, perversa. Entra Karin (la Shygulla, mai così invereconda) proletaria in ascesa, occasionalmente lesbica. “Ha tentato con la violenza – spiega Petra – e io l’ho lasciato fare, anche se mi faceva solo schifo ormai…puzzava, puzzava di uomo, sai come puzzano gli uomini…”. E ancora. Si strofinano, si scrutano, si amano, si vezzeggiano, si addormentano, si svegliano. Si provocano. “Basta, non possiamo pomiciare tutto il giorno”- dice  Karin crudele- “Ma io ti amo” ribatte Petra. Non è quello che importa?

Verona, 1 aprile 2020

Lentezza (la)
Milan Kundera, 1975

di Moira Sbravati, funzionaria pubblica

Emigrato in Francia nel 1975, vent’anni più tardi lo scrittore ceco Kundera pubblicò nella sua patria di adozione il romanzo La lenteur, prima delle sue opere scritta in lingua francese. In esso, tra i temi esistenziali a lui cari, trovava rilievo quello della velocità, con cui l’autore interpretava il proprio tempo.  Se dovessimo immaginare l’esperienza della lentezza sotto forma di tempo musicale, questo sarebbe l’andantino – tempo di questi nostri giorni dedicati al difficile compito di trovare un senso adeguato al trascorrere lento delle ore. La misura di tempo che il virus impone ci disorienta. Alla tirannia del tempo veloce si contrappone quella del tempo sospeso nell’attesa del ritorno alla normalità. Segregati nelle nostre case, ci sentiamo come quei prigionieri che, liberati dagli stretti lacci in cui sono stretti i loro corpi, percepiscono nel dolore un ritrovato sollievo per il rifluire della circolazione sanguigna. Se aveva ragione Honoré de Balzac a indicare nel tempo e nella pazienza gli elementi costitutivi del potere dell’uomo, allora dovremmo abituarci a rallentare i ritmi, dividendo in parti distinte i momenti della giornata, per dare al nuovo scorrere del tempo una forma. Poiché è all’interno di una forma che possiamo abitare il tempo.

La prima edizione italiana del romanzo, apparsa nel 1995
Ad un tempo veloce si è sostituito un tempo rallentato

L’informe è per sua natura inafferrabile, sfugge alla memoria e muore in un istante, mentre ciò che ha forma vive. Memoria e lentezza, velocità e oblio sono strettamente e misteriosamente legati in quella che Milan Kundera chiama la ‘matematica esistenziale’. Lo scrittore ne ha spiegato la sua logica, ricorrendo a un esempio quotidiano e a noi familiare: “Un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale, questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”.

Sapremo fare tesoro dell’esperienza della lentezza che stiamo sperimentando come conseguenza dell’epidemia? Come potremo trattenere il ricordo dell’esistenza di un altro possibile scorrere del tempo, che ci pare più adeguato alla misura dell’uomo? Semplicemente, dipenderà da noi. Anche se la riflessione con cui lo scrittore ceco conclude il suo romanzo mostra lo scenario più probabile: “Inesorabilmente figlia della velocità, la nostra epoca è destinata, in forza della citata equazione, a dimenticare sé stessa”.    

Mantova, 28 marzo 2020 

Bibliografia. Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, Milano, 1995

LIMITE

di Silvia Zanolla, consulente filosofica e formatrice

In situazioni limite, come quella che stiamo vivendo, spesso le cose assumono un valore diverso, talvolta opposto, a quello che avevano prima. La società in cui viviamo, afflitta da un rapporto compulsivo col lavoro e da un idea di sviluppo illimitato, ci aveva abituati a pensare ai limiti come ostacoli da superare, come stimoli per migliorare le nostre performance lavorative, fisiche, intellettive, relazionali e, persino, spirituali. Poi ad un tratto, da quando a non conoscere limiti è stata la diffusione esponenziale del virus ed è improvvisamente apparso chiaro che l’unico modo per bloccare il contagio (nel frattempo divenuto pandemico) fosse imporre severe limitazioni alla libertà delle persone, allora, il concetto di limite ha avuto un’inaspettata rivalutazione.

Il concetto di limite ha avuto un’inaspettata rivalutazione

Da più parti hanno iniziato a moltiplicarsi gli appelli al senso di responsabilità, al civismo, al rispetto delle norme che ci impongono di stare a casa. Ora chi non rispetta le limitazioni imposte viene accusato, nello sdegno generale, di incomprensibile irresponsabilità, ma per chi è stato indotto – dal funzionamento stesso della nostra società – a pensare alla libertà come assenza di limiti, non è così facile accettare, da un giorno all’altro, che il proprio bene consista nell’essere confinati entro quattro mura.

Se avessimo saputo rinunciare, per nostra libera scelta, ad affollare bar, palestre e piste da sci quando la gravità della situazione era ormai nota, forse non avremmo assisto ad un climax di decreti che le nostre libertà le limitano per legge. Ma questo, purtroppo, non è immaginabile in un Paese i cui rappresentanti invitavano a “separare l’emergenza sanitaria da quella economica”, come se non fossero le persone coi loro corpi, passibili di ammalarsi, a far girare l’economia. #milanononsiferma era l’hashtag che rimbalzava sui social media, fino a poche settimane fa, mentre l’epidemia di Covid-19 imperversava in Lombardia e aveva già causato l’isolamento di interi comuni.
L’irrompere del virus non solo impone alle nostre vite limiti fino a ieri impensabili, ma è esso stesso un limite, una linea di confine che, tracciando un prima e un dopo, ci invita a ripensare valori e priorità su cui fondare il nostro vivere individuale e collettivo.

Verona, 25 marzo 2020

Bibliografia. Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, Adelphi, Milano, 2016

MASCHERINA

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

Quale che sia il suo fine, la maschera copre il viso. Gli studi antropologici sulla maschera, che ne distinguono le funzioni, i contesti e le tipologie, hanno mostrato la sua ricchezza di forme e l’estensione d’utilizzo nel tempo e nello spazio. Con quella per il carnevale, forse la più diffusa, la maschera con funzione protettiva (DPI) condivide il contesto che ne richiede (permette o obbliga) l’uso: entrambe si indossano, infatti, in epoca di sovvertimento della quotidianità.

Tale è il carnevale, “mondo alla rovescia” nella felice definizione che ne diede Giuseppe Cocchiara, tra i maggiori folcloristi italiani. Sin dalla antichità classica, è questo il periodo dell’anno dedicato al festeggiamento, all’abolizione delle norme gerarchiche (i padri sbeffeggiati dai figli), al rovesciamento dei ruoli e al travestimento che, occultando i tratti somatici, cela l’identità e produce un altro da sé. La licenza carnevalesca non era estranea a fini politici. Lo spiegava bene, nel 1634, il comico Nicolò Barbieri nel suo trattato sulla Commedia dell’arte: “I trattenimenti si concedono per dar gusto alla cittadinanza, alle volte dalla penuria de’ tempi, da sinistri presagi, dalle necessarie gravezze e dalle poche facende spaventata, ove che gli spassi e le comedie levano la malinconia a’ grandi e a’ popolari”.

La maschera di Pulcinella
nell’illustrazione di Arturo Faldi (1892)
Otto Dix, “Stormtruppe geht unter Gas vor” (Truppe d’assalto avanzano nel gas, dalla serie di acquaforti Der Krieg, 1924

Sul fronte occidentale, dopo i primi mesi del 1915, fece la sua apparizione il gas di combattimento, sperimentato per la prima volta il 22 aprile di quell’anno sulla linea di fronte fra Bikschote e Langemark, nella regione belga di Ypres. Le perdite causate nelle prime ore resero chiaro agli stati maggiori quanto fosse urgente proteggere l’accesso alle vie respiratorie dei soldati combattenti, che abitavano in un mondo rovesciato già da diversi mesi. Le maschere antigas accompagnarono, di lì in avanti, la quotidianità del soldato in trincea.

Consigli per l’utilizzo della mascherina di protezione,
Twitt dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1 marzo 2020.

Viviamo da qualche settimana in un mondo rovesciato – fuori dal carnevale e fuori da una guerra di forma conosciuta. Le prassi usuali sono state sovvertite: in quale mondo diritto si è mai visto sollecitare dal sindacato la chiusura dei luoghi di lavoro, ricorrendo anche allo strumento dello sciopero? In pubblico, nelle rare uscite che la quarantena consente, è caldamente consigliato l’uso di DPI. Familiarmente li chiamiamo mascherine, perché l’indossarli suoni meno gravoso. Se il loro utilizzo non è stato eretto a obbligo lo si deve alla mancanza degli stessi, il cui fabbisogno nel nostro paese viene valutato in diverse decine di milioni al giorno. Il tempo dell’emergenza, tra le altre, si è portato via anche una delle norme sociali, a sua volta sorta da un’emergenza: quella che vietava di uscire in pubblico con il volto coperto.
Ora, comunque, è preziosa e introvabile, la mascherina di questo tempo nuovo che dà forma all’essenza delle cose.

Custoza, 26 marzo 2020

Bibliografia. Masque, mascarades, mascarons de l’Antique aux Romantiques, a cura di Dominique Cordellier, Violaine Jeammet e
Françoise Viatte, Officina Libraria, Milano, 2014; Giuseppe Cocchiara, Il mondo alla rovescia, a cura di Piero Camporesi, Bollati Boringhieri, Torino, 1881 ; Nicolò Barbieri, La supplica. Discorso famigliare a quelli che trattano de’ comici, a cura di Ferdinando Taviani, Cue Press, Imola, 2015; Ulrich Trumpener, The Road to Ypres: The Beginnings of Gas Warfare in World War I in The Journal of Modern History, vol. 47, n. 3 1975), pp. 460-480.

MEDICO DI FAMIGLIA

di Carlo Andrea Franchini, medico di famiglia

La recente infezione da COVID19 ha riportato alla memoria che esiste anche una componente della Medicina che Noi, Medici di Famiglia, ci ostiniamo ancora a chiamare appunto “di Famiglia”. Non sono lontane le parole dell’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, On. Giancarlo Giorgetti il quale, all’osservazione che, causa raggiunti limiti di età, a breve sarebbero mancati circa 45000 Medici di Famiglia rispondeva “ma chi va più dal Medico di Base?”, usando inoltre un termine che a noi risulta poco gradito (26 agosto 2019).

Non pare proprio, però, che nessuno vada più dal proprio Medico di Famiglia, non almeno quei pazienti che si sono rivolti al loro curante soprattutto nelle province lombarde, cercando una soluzione ai propri sintomi ma inconsapevolmente portando infezione e successivamente, involontariamente, anche la morte dei loro medici. E’ difficile dare una definizione completa della Medicina di Famiglia che non è solo prevenzione, cura e assistenza continuativa alla storia clinica dei cittadini, ma che ha risvolti umani troppo spesso misconosciuti ma apprezzati dai cittadini stessi. Meglio di tutti è riuscita a definire in modo esaustivo ruolo e competenze del Medico di Famiglia WONCA che è l’acronimo di World Organization of National Colleges, Academies and Academic Associations of General Practitioners/Family Physicians, utilizzando l’immagine di un albero

La “Medicina di famiglia” per Wonca

Le radici devono essere sì solidissime, la necessità di aggiornamento e formazione continua deve essere sì garantita, la capacità di risolvere problemi è pure necessaria ma è soprattutto l’approccio “centrato sulla persona” che ne caratterizza maggiormente la figura professionale. Questo ruolo emerge soprattutto quando il paziente/cittadino si trova in difficoltà e l’approccio del medico deve necessariamente essere multidimensionale, considerando cioè aspetti che non sono solo strettamente biomedici ma anche di tipo culturale, psicologico, sociale. Come è in questi giorni e come, temo, sarà in un futuro prossimo quando il Coronavirus allenterà un po’ la pressione.

Costermano, 30 marzo 2020

OLFATTO

di Giulio Saletti, giornalista

La sintomatologia del Covid-19 si è di recente arricchita della perdita dell’olfatto. Gli immunologi stimano che l’anosmia colpisca tra il 30 e il 60 per cento dei contagiati, ma non ne sanno spiegare le ragioni. Forse, così parrebbe da nuovi studi, il Coronavirus riesce a infettare il sistema nervoso centrale mandando in tilt il bulbo olfattivo e la corteccia piriforme. Curiosa nemesi della natura sulla storia, che nel mentre lo cancella ridà dignità a un senso degradato dal predominio illuministico dell’occhio. Come la libertà che apprezzi solo quando te la tolgono, la mancanza di olfatto è la metafora dell’impoverimento antropologico della geografia sensoriale; è lo strappo spazio-temporale che ti precipita nel passaggio dai miasmi premoderni alla società post-odorosa; è il grado zero delle strategie di deodorizzazione.

Smelling flowers

In città prive di identità olfattiva e in corpi igienicamente inodori, l’olfatto ha da tempo perso la presa percettiva sul mondo e la sua dimensione sociale, riducendosi tutt’al più a piacere privato. Ancora non si sa se l’anosmia provocata dal coronavirus abbia il tratto dell’irreversibilità. Un gran danno? Il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, tra i contagiati dalla pandemia, è specchio della contemporaneità: “Ho perso gusto e olfatto completamente, spero sia transitorio, ma se non dovesse esserlo c’è di peggio”.

Roma, 26 marzo 2020

Bibliografia. Alain Corbin, Storia sociale degli odori, Bruno Mondadori, Milano, 2006; Ivan Illich, H2O e le acque dell’oblio, Macro/edizioni, Umbertide (Pg), 1988.

ORA D’ARIA

di Gian Arnaldo Caleffi, architetto

Non è detto che il virus si possa davvero debellare, gli scienziati non riescono a trovare il vaccino, e nemmeno cure davvero efficaci.
E se dovessimo conviverci per sempre?
La mascherina diventerebbe un indumento quotidiano, così come lo sono i pantaloni. Domani potremmo non uscire mai senza la mascherina, ma non ci apparirebbe così strano, in fondo le donne musulmane non escono di casa senza chador, hijab, niqab o burka, noi non usciamo di casa con le parti intime scoperte, perché non potremmo abituarci a coprire anche naso e bocca?

Gaetano Minale, Passeggiata nel bosco, 2012

Ma se le mascherine servono per evitare di inalare i virus contenuti nelle goccioline che emettono altre persone, quando siamo soli non servono.
Ecco allora il perché dell’ora d’aria. Con una adeguata regolamentazione si potrebbe concedere la permanenza nei parchi, lungo le piste ciclabili e nelle aree cani per un’ora al giorno per ciascuno senza mascherina, opportunamente distanziati, così da godere dell’aria fresca e non filtrata.
Diventerebbe la nostra ora d’aria quotidiana.

Verona, 22 marzo 2020

PASSEGGIATA CON IL CANE

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

Una delle misure di distanziazione sociale adottate per contrastare l’epidemia prevede severe limitazioni della passeggiata che si fa in compagnia del proprio cane. L’indicazione che si legge nell’ordinanza firmata dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia, il 20 marzo 2020, è precisa al riguardo: è fatto divieto di allontanarsi oltre i 200 metri dalla propria abitazione. Analoghe disposizioni sono state prese in Emilia e in Lombardia.

Verona, Piazza Erbe, 21 marzo

Secondo il DPCM del 9 marzo 2020, l’uscita in compagnia del cane viene considerata una situazione di necessità, purché sia fatta per soddisfare la quotidiana impellenza dell’animale. In caso di richiesta di autocertificazione si consiglia di attenersi alla seguente formulazione, non priva di una certa sobria eleganza, da inserire nello spazio apposito del modulo: “Uscita per l’espletamento dei fabbisogni fisiologici del mio cane”. 

Custoza, 24 marzo 2020

PIPISTRELLO

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

Volpe volante (Pteropus Erxleben) intenta a cibarsi di pere in un’illustrazione del 1872.

Appartiene all’ordine dei chirotteri ed è un mammifero placentato. Insettivoro, in alcuni casi, in altri impollinatore o deriverebbe dal latino vespertilio, dolce parola che, nel passare di bocca in bocca, da vipistrello è divenuta pipistrello. La stranezza del non essere uccello, ma di volare, la sua abitudine di prediligere le ore notturne e di riposare a testa in giù lo hanno consegnato ben presto al folclore infero. Le creature che da lì provengono possedevano la sua forma e Lucifero stesso viene descritto da Dante, che lo incontra nel Cocito, provvisto di due ali “quanto si convenia a tanto uccello: vele di mar non vid’io mai cotali. / Non avean penne, ma di vispistrello / era lor modo”/ (Inferno, XXXIV, 46-50). È entrato definitivamente nel nostro immaginario, quando lo scrittore irlandese Bram Stoker lo fece diventare l’alter ego del conte Dracula.

Tra i possibili esseri viventi non umani, portatori originari del virus sconosciuto, sono stati indicati il serpente, il pangolino, il pipistrello. Il pipistrello? Ancora lui! Fosse per il senso comune, potremmo dirci certi che a quest’ultimo che per primo si penserebbe…

La terrazza nella città di Trani,
oggetto dell’attenzione delle forze dell’ordine

Al riguardo, è interessante riportare quanto accaduto a Trani, l’11 marzo scorso. Secondo la cronaca apparsa sulla “Gazzetta de Mezzogiorno“: “Polizia locale, forze dell’ordine, Asl ed Amiu in azione per un intervento al primo piano di uno stabile, sul cui balcone era presente uno stendino con animali in essiccazione appesi ad esso, apparentemente pipistrelli ma, in realtà, rivelatisi ali di pollo”. Immaginario simbolico e pregiudizi arcaici, non meno delle contingenze, influiscono su ciò che vediamo. Interpretando uno stimolo di per sé vago in maniera univoca, riconducibile alle origini della condizione di crisi che stiamo vivendo (attivando un processo cognitivo noto come pareidolia), il vicino di casa visto pipistrelli a testa in giù e, in quella terrazza, il cuore del focolaio epidemico.

Custoza, 25 marzo 2020

Bibliografia. Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di Giorgio Petrocchi, Mondadori, Milano, 1966–1967; Zhou, P., Yang, X., Wang, X. et al., “A pneumonia outbreak associated with a new coronavirus of probable bat origin” in Nature, 579, 2020; Romolo Giovanni Capuano, Bizzarre illusioni. Lo strano mondo della pareidolia e i suoi segreti, Sesto San Giovanni (MI), Mimesis, 2012.

PRIVACY

di Roberto Giacobazzi, docente di informatica univr

La Privacy è un diritto ed una chimera nella realtà digitale. La Privacy è la capacità di un individuo o di un gruppo di di individui di isolare se stessi o informazioni su di essi. Essa permette di esprimersi in modo selettivo, rendendo pubbliche informazioni selezionate e mantenendo altre confidenziali o appunto private. Questa definizione non è giuridica, ma legata all’informazione ed a come questa si misura, propaga, elabora, comunica. In un periodo di lockdown da Covid-19, non dovrebbe essere un problema la Privacy: la nostra interazione con lo spazio fisico è minima. Invece essa diventa un problema in quanto alle restrizioni sui movimenti nello spazio fisico corrisponde una espansione dei movimenti nello spazio digitale. Inoltre, le ragioni di salute pubblica possono doverci chiedere una rinuncia sulla confidenzialità di informazioni che noi riteniamo private. Così come le limitazioni alla libertà di movimento sono limitazioni di diritti, le limitazioni alla Privacy possono diventare soluzioni necessarie per il contenimento sociale della malattia. Ma quanta Privacy abbiamo realmente, soprattutto se questa è misurata non nello spazio fisico ma nello spazio digitale (o cyber), unico spazio nel quale oggi al tempo del Covid-19 non abbiamo vincoli di movimento?

Esempio di obfuscation
In un periodo di lockdown da Covid-19
la privacy non dovrebbe essere un problema

Che la Privacy digitale sia una chimera lo sappiamo bene, seppure spesso inconsciamente! tanto è vero che abdichiamo regolarmente alla Privacy digitale anche solo per avere qualche servizio (gratuito) in più, come per esempio quando forniamo la nostra posizione GPS assieme alla nostra identità ad un gestore come Google o Waze per avere in cambio l’andamento del traffico nei nostri spostamenti. Ogni azione compiuta nello spazio digitale lascia una traccia. Questa traccia è registrata ed associata alle altre tracce da noi lasciate nel tempo, definendo per ogni utente un profilo di attività nello spazio digitale. A questo si possono associare altre informazioni più o meno esplicitamente (o sbadatamente) concesse come la posizione nello spazio (GPS), commenti personali, foto e video come nei social networks. La normativa non garantisce affatto la Privacy in quanto i dati, una volta raccolti, possono essere copiati e trasmessi ed utilizzati. Essa può solo intervenire a valle di una infrazione, con i tempi ed i limiti di una indagine forense fatta su elementi (i dati) che non hanno posizione fisica, nazionalità, deperibilità.

È quindi realizzabile nella pratica una vera Privacy digitale? sì, teoricamente, no nella pratica di oggi! SI’ perché recenti studi sulla Fully Homomorphic Encryption (FHE) permettono di poter immaginare scenari in cui i nostri dati sono criptati (quindi leggibili solo in possesso della giusta chiave privata) e manipolati (da criptati!) in remoto (ad esempio in cloud) per fornirci soluzioni che solo noi possiamo leggere ed usare. Sembra magia ma non lo è! NO perché questa tecnologia non è ancora utilizzabile in pratica se non per dati e funzioni su di essi molto semplici, un po’ come, agli albori dell’Informatica, molte computazioni oggi banali erano teoricamente possibili ma in pratica irrealizzabili. Varianti di FHE esistono dove la Privacy è garantita per un gruppo di utenti. L’unica alternativa percorribile oggi è l’offuscamento intenzionale  (o assistito da algoritmi studiati ad hoc) delle nostre tracce digitali. L’offuscamento è un’attività già nota ai tempi di Erodoto, come da lui descritta nelle Storie su la rivolta Ionica e consiste nel camuffare le nostre informazioni private tra altre informazioni irrilevanti o addirittura falsamente interessanti per un osservatore esterno. Lo scopo è ingannare l’algoritmo che seleziona ed identifica il nostro profilo sfruttando il fatto che, vista la mole di dati che produciamo ogni giorno, solo una macchina può fare il primo triage. Esempi sono noti nell’offuscamento delle reti informatiche utilizzate, nel nascondimento delle interrogazioni a basi di dati etc.

Verona, 24 marzo 2020

Bibliografia. Finn Brunton & Helen Nissenbaum, Obfuscation. A User’s Guide for Privacy and Protest, MIT Press, 2015; Erodoto, Le storie. La rivolta della Ionia, Libro V, A cura di Giuseppe Nenci, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano, 1994.

PULVISCOLO COMUNICATIVO

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

Centinaia di ore di trasmissioni televisive quotidiane, servizi dedicati quasi esclusivamente all’emergenza… grazie allo sforzo informatico convergente, l’epidemia gode di una copertura pressoché totale. Il notiziabile si è ormai ridotto alla sola presenza degli effetti dell’epidemia, tanto sul piano medico, quanto su quello economico. Giornalmente, decine e decine di voci informano, raccontano, intervistano, rispondono, commentano, annunciano, esprimono opinioni, forniscono dati, analizzano, avanzano previsioni, consigliano, dibattono sulla situazione per strada e nelle piazze deserte, negli studi televisivi abbandonati, nei collegamenti dalle inquadrature incerte e l’audio altalenante con le abitazioni private degli ospiti: un incessante pulviscolo comunicativo, che gravita attorno al sistema mediatico, avvolge e frastorna lo spettatore. Per dire altrimenti, il medium televisivo pare costretto a rincorrere un’emergenza a tempo indeterminato – come se si corresse una maratona su un chilometraggi che non è conosciuto – senza poter tuttavia beneficiare di una ‘sceneggiatura’.

In questo tempo di emergenza, occorre saper dosare la quantità di informazione televisiva quotidiana assunta.

Psicologi e terapeuti avvertono, voci tra le voci nel vortice, che troppa informazione rischia di aumentare il senso di angoscia e ci fanno sapere di non esagerare nel consumo delle informazioni per meglio tutelare la propria tenuta psicologica. Come una sorta di pharmakos, l’informazione quotidiana se da una parte ci mantiene legati alla realtà, e dunque attuali, dall’altra ci riempie di timori e di paura. In realtà, l’organismo reagisce di fronte al paesaggio di morte che dilaga sui canali televisivi: secondo un’analisi sugli ascolti televisivi condotta nella seconda metà del mese di marzo, le reti generaliste hanno perduto parte del loro share abituale nella fascia di prima serata, ormai dedicata all’attualità, con l’eccezione della rete Italia 1 che, nel periodo preso in considerazione (dal 15 al 21 marzo), mettendo in programmazione i film de “La saga di Herry Potter”, ha aumentato i propri ascolti.

“C’è soprattutto bisogno che non si tengano accesi per tutto il giorno quei televisori che ci hanno riempito di angoscia”, ha scritto Pasquale Patruno in un articolo ricco di buon senso apparso su “La gazzetta del Mezzogiorno”, “sapendo che oscurare le notizie è il sopruso di regimi finiti nel disastro. Ma sapendo anche che c’è una tv la quale non si limita a essere la specchio della realtà ma ce ne rovescia una esasperata rappresentazione”.
Pare facile, dunque, trarre le giuste conclusioni sull’assunzione consigliata di informazione televisiva in tempo di emergenza: occorre mettersi al riparo da quello che è stato chiamato il fallout della paura.

Custoza, 20 marzo 2020

Bibliografia. Rossella Savarese (a cura di), Comunicazione e crisi. Media, conflitti e società, Franco Angeli, Milano, 2002; Geoff Brumfiel, “Fallout of fear: after the Fukushima nuclear disaster, Japan kept people safe from the physical effects of radiation but not from the psychological impacts” in Nature, vol. 493, 2013.

 QUARANTENA

di Silvia Zanolla, consulente filosofica e formatrice

Le leggi sulla quarantena furono introdotte per la prima volta a Venezia nel 1370 durante un’epidemia di peste bubbonica. Quaranta giorni era il periodo di tempo in cui le navi venivano lasciate in isolamento prima di poter attraccare e scaricare le merci, per scongiurare il rischio di contagio.
Nel corso della storia, quando ancora non erano stati scoperti vaccini e farmaci efficaci per sconfiggere le epidemie, le persone segregate in quarantena non venivano quasi mai curate ma confinate nei lazzaretti, dove venivano abbandonate al loro destino di morte certa. La quarantena non era una profilassi complementare alle cure, serviva solo per isolare le persone malate da quelle sane e, spesso, offriva il pretesto per segregare nei lazzaretti poveri e immigrati, persone considerate sporche e indesiderabili.
In Italia, grazie ad un sistema sanitario d’eccellenza, tutti i malati, senza distinzioni, vengono assistiti e curati gratuitamente. Un diritto talmente acquisito che tendiamo a darlo per scontato.
Eppure, l’impatto di questa pandemia è talmente devastante, che anche i nostri ospedali sono al collasso.
I medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una struttura d’avanguardia, nell’ultimo mese si ritrovano nell’inconcepibile posizione di vedersi costretti a scegliere chi curare. La situazione è talmente grave che «i pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative» queste le loro parole, per quanto si legge nella lettera da loro inviata alla rivista scientifica “New England Journal of Medicine” che ne ha dato ampio risalto.

L’articolo che riporta ampi stralci della lettera

Ho dovuto leggerle due volte. Per noi, che stiamo trascorrendo la nostra quarantena in salute, circondati dalla familiarità delle mura domestiche, è difficile realizzare appieno il dramma che si sta consumando negli ospedali. Anche le immagini dei mezzi militari colmi di bare, appaiono surreali come provenienti da un’altra epoca storica. Del resto, fino a un mese fa, fonti autorevoli ci rassicuravano del fatto che qui il virus non sarebbe arrivato e che, in ogni caso, era poco più di forte di una comune influenza. È servita un’“ebola dei ricchi”, come la definiscono i medici bergamaschi, per mettere il mondo occidentale e i cosiddetti paesi sviluppati di fronte alle conseguenze della propria presunzione di immunità. Mi tornano, allora, in mente le parole di Etty Hillesum che, mentre rischiava la deportazione nei campi di sterminio nazisti, annotava nel suo diario: «mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con altri un destino di massa».

Verona, 26 marzo 2020

Bibliografia. Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 2010,

SALUTE ISTITUZIONALE

di Massimo Ferro, senatore della Repubblica

E’ molto strano, e quasi impossibile, in questo contesto, essere un parlamentare della Repubblica al cento per cento, pienamente operativo. Il Parlamento, il Senato, in particolare, lavora oggettivamente a ranghi ridotti per la difficoltà di garantire contestualmente la presenza di tutti i Senatori (315, più i senatori a vita) rispettando le distanze tra le persone imposte dai decreti in vigore per fronteggiare l’epidemia.
E’ giusto riconoscere che il Senato non è oggi in grado di garantire un efficace lavoro parlamentare da remoto: per l’impreparazione dei senatori, sorpresi come tutti da una situazione assolutamente imprevista; ma anche degli stessi sistemi informatici di votazione. Per garantire al’assemblea la sua fondamentale funzione legislativa, le forze politiche hanno concordato di ridurre in proporzione il numero dei senatori presenti in aule per le discussioni e il voto, adattando il regolamento a questa situazione di emergenza sanitaria. Va ricordato che il Senato non rimase chiuso nemmeno durante lo scoppio della prima guerra mondiale: la democrazia non è e non può andare in quarantena nemmeno questa volta.

Cesare Maccari, Italia trionfante, Sala Maccari, Palazzo Madama, Roma

Ma non è solo sanitaria, l’emergenza. E’ lo stato di salute politica del nostro sistema nel complesso che sta soffrendo gravemente. In un periodo come l’attuale, dove si avverte fortissimo il sentimento di “antipolitica” diffuso nel Paese per l’attuale “casta”, vale la pena ricordare alcuni punti fermi. Primo: la selezione della classe politica passa dai partiti e o dai movimenti, come prescrive l’art. 49 della Costituzione. Secondo: pochi,e quasi sempre non i migliori, si dedicano e si impegnano nei partiti e o nei movimenti e negli organismi di rappresentanza (lo ha sottolineato, ad esempio, Zygmunt Bauman  ne La società individualizzata). Terzo: in politica e nei sistemi di rappresentanza lo spazio viene comunque occupato, non rimane vuoto, a disposizione, in attesa di qualcuno che stia pensando se occuparlo o meno. Quarto: Il nostro tempo è caratterizzato da una generalizzata decadenza valoriale in tutti i campi e in tutti i settori: non emergono sempre i migliori. I sistemi di rappresentanza, perciò, sono in crisi, non essendo alimentati da risorse umane adeguate alle responsabilità e ai problemi da affrontare. E’ una situazione che non investe solo le istituzioni  politiche, ma anche tanti altri settori professionali, scientifici, accademici, financo ecclesiastici.

C’è, in poche parole, una carenza di rappresentatività in chi è oggi rappresentante. Questo perché i migliori non scendono in campo, rimangono in tribuna e, quando va bene, si limitano a fornire  saggi consigli. Questo non è accettabile. Oggi in particolare in presenza di questo smarrimento collettivo,  chi ha idee, capacità, talento e voglia di fare dovrebbe scendere nell’agone. Se il corona virus riuscisse, tra i molti disastri che sta provocando, a mobilitare e scuotere le coscienze dei migliori avrebbe almeno un piccolissimo merito: quello di aver contribuito indirettamente a porre basi solide e profonde alla rinascita, che comunque ci sarà. La democrazia, la nostra democrazia non è e non può andare in quarantena. La nostra democrazia, nuovamente alimentata da energie e competenze qualificate, potrebbe dare un contributo decisivo al necessario rinascimento.

Verona, 29 marzo 2020.

SARS-CoV-2

di Stefano Adami, microbiologo GSK Vaccins

La malattia respiratoria denominata “COVID-19” (“CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease e “19” per anno 2019) è stata segnalata per la prima volta alla fine del 2019 a Wuhan, in Cina, e ora si sta ampiamente diffondendo in tutto il mondo (pandemia).
La COVID-19 si trasmette principalmente da persona a persona, attraverso le goccioline disperse nell’aria con la tosse o gli starnuti da un soggetto infetto. L’infezione si può contrarre anche toccando superfici su cui è presente il virus e poi toccandosi la bocca, il naso o gli occhi.
La malattia é causata da un nuovo Coronavirus, denominato SARS-CoV-2, che fa parte della stessa famiglia dei virus della SARS (Sindrome Respiratoria Acuta Grave), a cui é strettamente collegato ma diverso. Il gruppo di scienziati incaricati di studiare il nuovo ceppo di Coronavirus ritengono che sia “fratello” di quello che ha provocato la Sars (SARS-CoVs), da qui il nome scelto di SARS-CoV-2.

I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus, identificati a metà degli anni ’60 del secolo scorso e sono noti per infettare l’uomo ed alcuni animali (inclusi uccelli e mammiferi). Esistono almeno 7 tipi di coronavirus che provocano malattie negli esseri umani. Si tratta di malattie respiratorie che variano per gravità: da infezioni lievi delle vie aeree superiori, i cui  sintomi sono quelli del  comune  raffreddore, a quelle molto più gravi e in alcuni casi letali che hanno recentemente causato importanti epidemie di polmonite come la MERS (Sindrome respiratoria mediorientale, identificata nel 2012) e la SARS (Sindrome respiratoria acuta grave,identificata nel 2002) e l’attuale COVID-19 .
La comparsa di questi nuovi virus patogeni per l’uomo, precedentemente circolanti solo nel mondo animale, è un fenomeno ampiamente conosciuto (chiamato spill over o salto di specie) e si ritiene che possa essere alla base anche dell’origine del SARS-CoV-2. Al momento la comunità scientifica sta cercando di identificare la fonte dell’infezione.

I Coronavirus hanno una morfologia rotondeggiante e dimensioni di 100-150 nm (nanometri) di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano).

L’illustrazione  creata dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitense, rivela la morfologia ultrastrutturale del SARS-CoV-2. È possibile notare sulla superficie le glicoproteine S (in rosso) che decorano la superficie esterna del virus, conferendogli l’aspetto di una corona (da cui il nome).

Un virione (la singola particella infettiva virale) completo e in sezione (da www.scientificanimation.com)

In riferimento alla immagine soprastante, partendo dallo strato più esterno e procedendo via via verso l’interno del virus, è possibile notare diverse componenti:
• Glicoproteina S (“spike”): il virus mostra delle proiezioni sulla propria superficie, della lunghezza di circa 20 nm. Tali proiezioni sono formate dalla glicoproteina S (“spike”, dall’inglese “punta”, “spuntone”). Tre glicoproteine S unite compongono un trimero; i trimeri di questa proteina formano le strutture che, nel loro insieme, somigliano a una corona che circonda il virione. Le differenze principali di questo nuovo Coronavirus rispetto al virus della SARS sembrano essere localizzate proprio in questa proteina spike. La glicoproteina S è quella che determina la specificità del virus per le cellule epiteliali del tratto respiratorio: il modello 3D infatti suggerisce che SARS-CoV-2 sia in grado di legare il recettore ACE2 (angiotensin converting enzyme 2), espresso dalle cellule dei capillari dei polmoni.
• Proteina M: la proteina di membrana (M) attraversa il rivestimento (envelope) interagendo all’interno del virione con il complesso RNA-proteina
• Dimero emagglutinina-esterasi (HE): questa proteina del rivestimento, più piccola della glicoproteina S, svolge una funzione importante durante la fase di rilascio del virus all’interno della cellula ospite
• Proteina E: l’espressione di questa proteina aiuta la glicoproteina S (e quindi il virus) ad attaccarsi alla membrana della cellula bersaglio
• Envelope: è il rivestimento del virus, costituito da una membrana che il virus “eredita” dalla cellula ospite dopo averla infettata
• RNA e proteina N: il genoma dei Coronavirus è costituito da un singolo filamento di RNA a polarità positiva di grande taglia (da 27 a 32 kb nei diversi virus); non sono noti virus a RNA di taglia maggiore. L’RNA dà origine a 7 proteine virali ed è associato alla proteina N, che ne aumenta la stabilità.

Siena, 29 marzo 2020

Riferimenti. Le informazioni sono tratte dal sito dell’Universita Vita e Salute San Raffaele di MIlano

SESSO

di Enrico Mottinelli, scrittore

Nel Tempo del Virus si sono rimarcati i confini: tra nazioni, regioni, province, comuni. Tra noi. Un metro. O forse, un vetro. Qualcuno è rimasto di là del muro di Berlino della paura e della precauzione. E penso agli amanti. Uno di qui, uno di là. Tra loro un vetro. Come quello che separava il bacio scambiato da Heidi Klum con il marito in una foto che ha girato sul web giorni fa.
Il Tempo del Virus ha imposto agli amanti separati di parlare una lingua diversa. Innaturale. Loro che comunicano con l’alfabeto dei corpi che si sfiorano, che si toccano, che si compenetrano, che si guardano senza veli, senza diaframmi. Ora a disposizione ci sono solo le parole. E uno schermo. I corpi tacciono, o, meglio, fremono impazienti nella loro contenzione. Cosa si diranno gli amanti separati per surrogare il mutismo forzato dei corpi? Come trasformare in parole o immagini la sensazione di un contatto che non può esserci? Come trasmettersi l’estasi?

Il post di Heidi Klum in quarantena che bacia il marito attraverso un vetro

Sarebbe bello, il giorno in cui questa tragedia sarà passata, raccogliere in un libro, che immagino impossibile da rilegare tante sarebbero le sue pagine, le espressioni, le allusioni, le metafore, gli stratagemmi che la fantasia dell’amore sta producendo in questi giorni per unire i corpi degli amanti separati; depositare sulla carta la tensione e il desiderio che circola nell’aria nel tentativo di scavalcare le barriere. L’amore sta componendo un suo nuovo, interminabile vocabolario che la tecnologia diffonde nell’etere. Non è dunque solo disagio o paura o disperazione quello che respiriamo intorno a noi, c’è anche il desiderio degli amanti, i loro corpi che si cercano pronunciando parole che non si erano udite mai.

Milano, 23 marzo 2020

SILENZIO

di Enrico Mottinelli, scrittore

Nel Tempo del Virus, tempo sospeso, da fiato trattenuto, si sono smorzati i rumori. Lo si coglie molto bene soprattutto nelle città. Milano, per esempio, ha perduto quasi d’un tratto quel rombo sordo che non si placava mai, giorno e notte. Cessando un suono o un rumore qualsiasi, lo si udiva subito. Un sottofondo, un respiro inquieto, con l’unico ossessivo messaggio che c’è sempre qualcosa da fare, e si è sempre in ritardo. Ora più nulla. Quasi fischiano le orecchie.

VENEZIA 21/03/20 – Emergenza Coronavirus, San Marco deserta. ©Andrea Pattaro/Vision
Servizio a corredo articolo sul Coronavirus per Russello e web – fotografo: ©Andrea Pattaro/Vision

Ora abitiamo in un panorama acustico differente. Le cause dei suoni adesso sono meno astratte, più immediate. I pochi passi concessi lungo le strade fanno il rumore dei pochi passi concessi; un portone che si chiude quello di un portone che si chiude; un saluto quello di un saluto. E tra uno e l’altro il silenzio. Nelle città del Tempo del Virus è comparso il silenzio. Milano, per esempio, ne è sbigottita. All’inizio la si è presa quasi sul ridere. Poi è scattata la voglia di rompere il silenzio tutti insieme, a mezzogiorno, alle sei del pomeriggio, dai balconi: applausi, canzoni, recite improvvisate.

Poi i morti, sempre di più, e le ambulanze che sostano anche sotto casa e portano via qualcuno. Ed è cominciata la paura. E il silenzio ha cambiato segno. Il silenzio infatti non è mai muto. È la cassa di risonanza dei rumori, dei suoni e delle voci che ci portiamo dentro. Così, il silenzio del Tempo del Virus ci apre un orecchio rivolto all’interno. E quello che si ode può avere tanti significati, frastuoni o melodie, vuoti o pienezze, cacofonie o racconti, dipende. È questo che portiamo poi sui nostri balconi. Con il suo silenzio, il Tempo del Virus ci mette di fronte a noi stessi e ci espone ai balconi, ed è forse la prova più dura.

Milano, 23 marzo 2020

SMART WORKING

di Elisa Preciso, smart worker

Letteralmente significa “lavoro agile”. Ma cosa si intende con “agile”? Forse, significa che indossare una tuta, o, perché no, restare direttamente in pigiama, è sicuramente più “agile” del dovere indossare abiti adeguati ad un ambiente aziendale. O, forse, che non dovere prendere l’auto per spostarsi è sicuramente più “agile” del doverlo fare. O, forse, che è possibile gestire la propria attività lavorativa sulla base delle proprie esigenze, anche molto personali, senza dovere seguire i ritmi dettati dalla timbratura di un badge. Che meraviglia lavorare così! Peccato, però, che non sempre gli strumenti siano adeguati. Chiariamo. Non dividendo i medesimi spazi fisici, i vari collaboratori devono coordinare la propria attività tramite chat di ogni tipo: alcune costituite da innumerevoli messaggi di testo, cui, tutto sommato, si è abituati grazie all’indefessa attività messaggistica che la gran parte degli esseri umani  ha sviluppato tramite WhatsApp.

Smart working

Altre, e sono la grande rivoluzione in tempi di COVID-19, sono costituite dalle videochiamate su piattaforme di vario genere. Vedersi e sentirsi restando a casa. Forse sarebbe più corretto dire vedersi o sentirsi. Perché le due cose, vedersi e sentirsi appunto, non sempre vanno assieme. Problemi audio, problemi video, problemi di connessione alla propria wireless, o al proprio hotspot rendono il tutto, a volte,  piuttosto difficoltoso. Ma per il business si supera anche questo e così, dopo due o tre tentativi, si riesce, finalmente, ad avviare una efficace videoconferenza. E la nostra condizione mentale? Lo “smart working” ci rende migliori. Le relazioni professionali con i colleghi sono più cordiali e meno incalzanti. Mancando totalmente la “visceralità” che, spesso, logora le relazioni in presenza, si è tutti più gentili e rispettosi. E più calmi. La frenesia lavorativa sembra gestibile. Non si ferma tutto, se non si è in ufficio. E noi recuperiamo anche la nostra umanità che, a volte, si perde nei corridoi della nostra azienda.

Verona, 1 aprile 2020

STATISTICHE

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

I dati complessivi della giornata vengono diramati alle ore 18 del pomeriggio. A tenere il conto è la Protezione civile. La tabella persiste come un fotogramma fisso per qualche decina di secondi sui monitor dei nostri televisori. Fornisce il quadro statistico – il numero totale dei contagi, il numero dei nuovi casi, il numero dei guariti, il numero dei deceduti. Qualcuno si è abituato a considerarla alla stregua di un bollettino di guerra.

Aggiornamento sui dati del Coronavirus del 18 marzo 2020 (Fonte: blogosfere.it, 18 marzo 2020)

Intervistato nel 1984 da Marco Vigevani, Primo Levi ammetteva che vi era una carenza nella sua testimonianza sull’esperienza vissuta nel Lager: “Manca un dato di terribile peso”, diceva, “quello quantitativo”. Levi non aveva cessato di testimoniare, e lo avrebbe fatto sino alla fine, sugli individui singoli che aveva conosciuto e di cui aveva udito spegnersi il respiro. Non era riuscito a parlare, invece, della totalità dei sommersi.

A nome della solitaria moltitudine parlano i numeri. A ciò servono le cifre e le percentuali. Solo le statistiche vanno oltre il singolare l’unità), per comunicarci l’ampiezza e la totalità le decine). Di fronti alla singolarità ci commuoviamo, di fronte alla pluralità fremiamo. Sta in ciò la catastrofe: nel far coesistere il singolare e il plurale.

Custoza, 22 marzo 2020

Bibliografia. Carlo Saletti, Pensare il crimine di massa. Sette tipi di ambiguità, 2019, inedito; Marco Vigevani, Le parole, il ricordo, la speranza, in Primo Levi, Conversazioni e interviste, 1963 – 1987, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino, 1997

TAVOLO

di Gian Arnaldo Caleffi, architetto

Ogni abitazione ha almeno un tavolo: per pranzare, per cucinare, per giocare, per appoggiare.
La struttura è realizzata con diversi materiali, dal legno, al ferro, all’acciaio, così come diversi sono i materiali del piano, dal legno al marmo, al vetro.

Altrettanto diversi sono gli stili del tavolo, dal rococò all’impero, dal rustico al “moderno”, così come diversi sono i colori, dal bianco al legno naturale, dal legno tinto alla trasparenza del vetro, al colore naturale del marmo.
Diverse sono le finiture, dal lucido all’opaco, dal verniciato al laccato.
Ogni tavolo ha una diversa forma, rettangolare, quadrata, rotonda ovale, ad anche una larghezza e una profondità o un diametro diversi, ma tutti i tavoli hanno una caratteristica in comune: l’altezza.
L’altezza di tutti i tavoli va dai 70 ai 75 centimetri, con pochissimo scostamento in più o in meno. Che poi è la stessa altezza delle scrivanie degli uffici.

Carlo Scarpa, tavolo Doge, produzione Simon by Cassina, 1968

Ecco la prima scoperta del neofita dello smart working improvvisato in tempo di virus: su un qualunque tavolo di casa posso appoggiare il portatile ed iniziare a lavorare.
Facile no?
Niente affatto!
Perché in smart working vanno il marito, la moglie e i figli, tutti con l’esigenza di un tavolo e di una sedia, ma anche di un po’ della tranquillità necessaria per la concentrazione. Perché scrivere mentre un altro familiare è impegnato in una conference call, o sta ascoltando una lezione, non è così semplice.
Chi vive in una casa grande ha a disposizione tante stanze e tanti tavoli, ma chi vive in uno di quei miniappartamenti pensati per la pura abitabilità del dopolavoro e del doposcuola non ha tante scelte.
L’architettura contemporanea ha affinato gli spazi dell’abitazione per non far mancare nulla di ciò che serve per vivere, ha ridotto gli spazi e, quindi, i costi, ma non ha contemplato lo spazio per il lavoro. L’abitazione borghese ottocentesca prevedeva lo studio corredato dello scrittoio provvisto di un calamaio per intingere la penna.

Poi il Movimento Moderno ha studiato l’existenzminimum e tutto si è ridotto all’ essenziale, abolendo il superfluo. E col superfluo se ne è andato lo studio col suo scrittoio. A volte nella stanza dei ragazzi è rimasto un piccolo tavolo per studiare, ma è sempre ingombro di oggetti.
E allora si scopre che le abitazioni moderne non sono fatte per lavorare, ma solo per abitare. Se in prospettiva dovremo convivere coi virus sarà necessario adeguare le case in cui viviamo, servono nuove tipologie, nuovi spazi, maggiori dimensioni: ci sarebbe tanto lavoro da fare.
Servirebbero anche tanti soldi.

Verona, 22 marzo 2020

TRIAGE

di Luciano Butti, docente di diritto ambientale unipd

In condizioni di emergenza, come scegliere quali pazienti avviare con priorità al trattamento o alla terapia intensiva? A sorpresa, ci potrebbe assistere una “grammatica morale istintiva”.
Nel Tempo del Virus, abbiamo tutti familiarizzato con una parola, Triage.
Questo termine francese,  che significa «cernita, smistamento», indica il sistema utilizzato per selezionare i soggetti coinvolti in uno o più infortuni, secondo classi di urgenza crescenti, di norma in base alla gravità delle lesioni riportate (così avviene in periodi normali, per esempio, al Pronto Soccorso).
La decisione delle priorità presenta peraltro risvolti anche etici particolarmente delicati durante eventi catastrofici caratterizzati da afflusso importante di persone bisognose di assistenza.   In questi casi, il triage è funzionale a far sì che tutto l’impianto del soccorso funzioni con la maggiore possibile efficienza.  In altre parole, può accadere che il triage debba indirizzare le prime risorse disponibili non verso chi è più grave, ma verso chi è meno grave o comunque maggiormente in grado (per età e condizioni generali) di beneficiare del trattamento, e di beneficiarne più a lungo.

Durante l’emergenza in corso, criteri come questi sono stati ribaditi  in un documento della Società italiana di anestesia e rianimazione. Significativo il titolo di queste linee guida: Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili. Raccomandazioni di questa natura richiamano inevitabilmente un dibattito filosofico che ci accompagna e ci intimorisce da secoli: quello fra la filosofia utilitaristica (Bentham) e l’etica deontologica (Kant).
Meno noto è che la filosofia analitica di matrice anglosassone ha formalizzato una serie di esempi e dilemmi nei quali viene chiesto di ‘scegliere’ tra una decisione improntata all’utilitarismo (“lasciar morire uno per salvarne cinque”) e ad una pura etica deontologica (“non agire in alcun modo che possa comportare danno ad una persona”). Si tratta dei famosi “problemi del carrello” (Trolley Problems) inventati circa un secolo fa dalla filosofa Philippa Foot. Ciò che si è notato è che le risposte delle persone ai vari dilemmi non seguono sempre criteri razionali. In altre parole, persone che talora rispondono a determinati dilemmi secondo una regola utilitaristica cambiano approccio filosofico di fronte a dilemmi solo leggermente diversi. Molto interessante e semplice a questo riguardo è il volume di David Edmons Uccideresti l’uomo grasso?

L’edizione italiana del testo di David Edmonds

Si è dunque ipotizzata l’esistenza nel nostro cervello di una grammatica morale istintiva (universal moral grammar), che ci consentirebbe, in circostanze eccezionali, di adottare le decisioni giuste. Di questo abbiamo grande necessità durante i Tempi del Virus. Non solo per le decisioni di emergenza relative ai pazienti, ma anche per orientare le progressive decisioni di riapertura: in un indispensabile bilanciamento tra salute, economia e libertà delle persone.

Bibliografia. D. Edmonds, Uccideresti l’uomo grasso. Il dilemma etico del male minore, Raffaello Cortina, Milano, 2014; P.Foot, The Problem of Abortion and the Doctrine of the Double Effect, in “The Oxford Review”, N. 5, 1967;

TUTTO ANDRA’ BENE

di Marta Alberti, filosofa

Da quando, ai primi di Marzo, abbiamo cominciato ad avvertire la gravità della minaccia che l’epidemia di coronavirus inavvertitamente aveva portato anche in Italia, il web, i canali social e le facciate dei palazzi sono stati invasi da queste tre parole. Al solito, i mezzi di comunicazione hanno trasformato un gesto, probabilmente spontaneo, in un fenomeno virale (a proposito) ma gli autori dei tanti disegni, striscioni e a volte piccoli murales sono soprattutto bambini. Portatori sani del virus, ci viene detto, ma anche portatori sani di speranza. E la speranza è l’ultima a morire. Non a caso, è una virtù che accomuna i più semplici di spirito: i bambini e i mistici. Basta una veloce ricerca per scoprire che: “All shall be well” è la benedizione che la mistica Giuliana di Norwich, ammalatasi di peste nel 1373, raccontò di avere ascoltato direttamente da Dio grazie ad una visione ricevuta durante la sua quarantena.

La convinzione più ostentata nel Tempo del Covid-19

La rivelazione per Giuliana fu immediata ma, anche una volta guarita, attese quasi trent’anni prima di renderla pubblica. Qui sta la distanza infinita tra lo slogan e la verità intima: il primo contagia molti e perde forza proprio per effetto della sua diffusione fulminea e pervasiva (i virus fanno così); la seconda può sorgere dentro di noi quasi a nostra insaputa e continua a dimorare nell’interiorità prendendo forma e sostanza perché custodita e rivisitata ogni giorno, condivisa innanzitutto con se stessi e mai indiscriminatamente. L’intimità è un luogo fatto di silenzio e profondo rispetto per se stessi. “Tutto andrà bene” può suonare come la magra consolazione per sorvolare con ingenuità sui tempi difficili oppure come la radicata convinzione che, nonostante tutto e al di là della nostra volontà, ciò che viviamo ci riconduce sempre a qualcosa di profondamente vero. Due significati ben diversi, eppure, le parole sono le stesse.

Verona, 26 marzo 2020

Bibliografia. Vannini Marco, Lessico mistico. Le parole della saggezza, Le Lettere, Firenze 2013,

Viaggio intorno alla mia camera

di Carlo Saletti, storico e regista teatrale

Xavier de Maistre – nato a Chambéry nel 1763 nell’alta Savoia (regione all’epoca appartenente al Regno di Sardegna) e fratello minore del più noto Joseph – è l’autore del romanzo Voyage autour de ma chambre, scritto nel 1787. Dovendo scontare 42 giorni agli arresti domiciliari nel proprio alloggio a Torino per aver sfidato a duello un commilitone, De Maistre si convinse ben presto che scrivendo avrebbe vinto la noia per la forzata cattività. La costrizione fu così all’origine di un libro che costituisce una sbalorditiva opera sul viaggio sedentario.

Prima pagina dall’edizione Jules Tardieu,
apparsa a Parigi nel 1861.
Una delle innumerevoli edizioni in lingua italiana
del libro di De Maistre.

Ma per parlare di un spostamento nello spazio occorre prima averlo compiuto. Come fare, quando l’orizzonte è chiuso da pareti invalicabili? De Maistre non si perde d’animo e, affidandosi ai soli piedi, parte alla scoperta dell’inesauribile spazio della stanza, iniziando a misurarne l’estensione: “La mia camera è situata sotto il quarantesimo giorno di latitudine, fra levante e ponente; è forma un lungo quadrato, di trentasei passi in tutto, andando ben rasente rasente le pareti dell’interno. Dopo la mia seggiola a braccioli andando verso il settentrione si scopre il mio letto, che è posto in fondo alla mia camera”. Egli pianifica un metodo e si assegna delle regole – procederà senza seguire una traiettoria lineare: “La traverserò [la camera] spesso in lungo e in largo, ovvero diagonalmente senza seguire metodo o regola. Andrò anche a onde, e percorrerò tutte le linee possibili in geometria, ove il bisogno lo richiegga”. Arriva finalmente il momento della partenza: “Coraggio, dunque, si parta. Noi procederemo a picciole giornate. Nessun ostacolo potrà arrestarci.”

Quattro metri per quattro è la superficie della regione che egli esplora in 42 giorni, quantità di tempo che rappresenta la misura della pena che deve scontare. Una tappa al giorno, un capitolo al giorno, il viaggio dura quanto la sua quarantena.
De Maistre aveva dimostrato che con poco si poteva fare molto, come avrebbe osservato Nietzsche, quando lesse rapito quell’insolito diario di viaggio.

Custoza, 24 marzo 2020

Bibliografia. Xavier de Maistre, Viaggio attorno alla mia camera, Manini, Milano, 1824; Alain De Button, L’arte di viaggiare, Guanda, Milano, 2002.

VULNERABILITA’

di Olivia Guaraldo, docente di filosofia politica univr

L’umano è essenzialmente un essere vulnerabile, dice una interessante prospettiva filosofica recente, di matrice femminista. E ciò significa che siamo tutti da sempre costitutivamente esposti gli uni alla ferita (vulnus), alla violenza degli altri. Si tratta di uno sguardo radicale, che prende le mosse da una ‘ontologia’ materiale del corporeo, difficilmente negabile, la quale scalza, con il piglio teorico audace proprio di certo pensiero femminista, le versioni ‘nobili’ che la filosofia (maschile) ha si dall’inizio dato dell’anthropos (l’uomo come animale razionale è l’esempio aristotelico classico). Ma lo fa al fine di ripensare la convivenza umana in chiave nonviolenta. Siamo tutte e tutti accomunati se non da una uguaglianza di condizione vulnerabile (ci sono, ovviamente, diversi gradi di esposizione alla ferita, a seconda dei luoghi del pianeta in cui si vive) da una somiglianza nella vulnerabilità. Per questo dobbiamo ripensare la nostra comune convivenza, non fingendoci invulnerabili o pensandoci tali al prezzo di una costante vulnerazione di altri. Che l’umano sia vulnerabile significa infatti anche che può non esserlo, o meglio, che nella potenziale esposizione alla ferita altrui (alla sua violenza) è insita anche la possibilità del non ferire, o del curare. 

La nostra comune vulnerabilità è ai tempi del coronavirus quanto mai innegabile, eppure non si tratta qui né di violenza né di etica nonviolenta. L’esperienza attuale ci pone di fronte ad una nuova  accezione della vulnerabilità: essa non richiama in maniera immediata la ferita, la lacerazione della carne propria di una violenza intraspecifica a cui la storia, con il suo vasto archivio di guerre, massacri, genocidi, ci ha abituato. Non vediamo sangue o teste mozzate, ma solo mascherine e respiratori in questa nuova ‘guerra’ contro il virus. Eppure, oggi più che mai, si rivela vero lo sguardo audace di una filosofia che ci ricorda quanto siamo vulnerabili, esposti ad una relazionalità corporea oggi materializzata in quelle goccioline di respiro da cui spesso dipende, così si racconta, il contagio. Un contagio che viene da un altro corpo, da un altro essere incarnato, trasudante vita, il quale però non è un nemico, ma l’inconsapevole asintomatico. Che fare dunque di una vulnerabilità senza la violenza, senza l’atto consapevole della ferita?

Se c’è un elemento che rimane prezioso della prospettiva filosofica sulla vulnerabilità, oggi, è la consapevolezza, mai così forte, di una dimensione di somiglianza e quindi di comunanza. E tale occasione, forse mai nella storia umana esperibile in maniera così uniforme, ci pone di fronte alla possibilità di praticare una forma innovativa di ‘cura’ per gli altri: una cura che si basa non sull’accentuazione della relazione, ma su una sua sospensione. Alla percezione diffusa della nostra somiglianza nella vulnerabilità rispondiamo prendendoci cura gli uni degli altri allontanandoci. Perché ciascuno di noi può essere l’inconsapevole asintomatico, il nemico malgré soi.

René Magritte, Amanti, 1928

Dice Aristotele: “le madri gioiscono d’amare: alcune infatti danno le loro creature a balia e le amano conoscendo che sono loro creature e non cercano di essere ricambiate nell’amore, se entrambe le cose non sono possibili, ma a loro sembra che sia sufficiente vedere che agiscono bene; ed esse li amano anche se i figli non tributano nulla di ciò che si deve ad una madre, poiché non le conoscono. (Etica Nicomachea, 1159a 28).
Dobbiamo fare, o forse facciamo, come quelle madri descritte da Aristotele – stranamente sensibile in questo caso alla specificità del femminile – che amano i figli rimanendo da loro lontane, non pretendendo nulla in cambio se non, appunto, il bene di quegli stessi figli. Una forma inedita di cura (l’assenza di contatti per non essere involontari diffusori del virus) che ha però radici antiche. Impariamo dalle madri, a capire quanto dipendiamo, in forme relazionali molto diverse fra loro, gli uni dagli altri.

Caprino Veronese, 26 marzo 2020

Bibliografia. Judith Butler, Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza, Postmediabooks, Milano, 2012; Adriana Cavarero, Orrorismo, ovvero della violenza sull’inerme, Feltrinelli, Milano, 2007; Olivia Guaraldo, Comunità e vulnerabilità, ETS, Pisa, 2012.